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L’analisi del voto: luoghi comuni da sfatare

Nella lettura del voto rischiano di passare per dei dati alcuni luoghi comuni che sono, invece, fuorvianti: proviamo a esaminarli.

Un voto populista e anti-sistema? Non ne siamo tanto sicuri. Come notava nel suo editoriale di ieri il direttore di questo giornale, insieme Lega e Movimento 5 Stelle valgono il 55% dell’elettorato veneto. E, di questa regione, la Lega è da decenni, in tutti i sensi, il sistema. Entrambi rappresentano il popolo pro quota rispetto al loro risultato elettorale, come tutti: non ne hanno alcuna esclusività, anche se qualche volta la pretendono. Il loro richiamo al popolo ha inoltre una componente non meno retorica di quello altrui: semplicemente, è più efficace. Semmai qualcun altro deve interrogarsi sulla sua incapacità di farsi sentire. E’ vero, è finito il ciclo delle ideologie, di destra e sinistra divise da solide barriere: ma è successo già prima dell’emergere di quelli che chiamiamo, con qualche pigrizia intellettuale, populismi – anche se qualcuno non se ne è accorto.

Gira un’altra spiegazione facile ma assai probabilmente falsa del voto ai vincitori: il ruolo delle promesse. Spiegazione comoda per chi ha perso, promettendo – forse – qualcosa meno. Che interseca oltre tutto un pregiudizio nordista, molto popolare in Veneto ma non per questo fondato: che il Sud abbia votato quello che oggi è il primo partito, il M5S, perché domanda assistenzialismo e voleva il reddito di cittadinanza. Ragionamento doppiamente fallace e ingeneroso: nei confronti di chi al Nord ha votato per lo stesso partito, e non si capisce perché dovrebbe essere per tutt’altre ragioni; e nei confronti delle promesse altrettanto mirabolanti dell’altro vincitore di queste elezioni, il centro-destra, che tra abolizione integrale della legge Fornero e flat tax al 15% (nessuna delle quali verrà attuata come è stata promessa), non si è certo tirato indietro. Ma di sparate si è sprecata anche la componente ormai ex-governativa, a cominciare dal Partito Democratico, che continuava a raccontare di milioni di posti di lavoro solidi e di ripresa come se questo riguardasse davvero la società intera, e non solo alcune sue fasce: raccontando un paese delle meraviglie in cui molti non abitano e non conoscono nemmeno per sentito dire. Insomma, di menzogne se ne sono sentite tante, ma non è affatto detto che abbiano giocato un ruolo decisivo, e in ogni caso maggiore che in passato: più probabile che gli elettori abbiano votato nonostante le balle raccontate dai partiti che hanno scelto e gli ego debordanti dei loro leader. E’ una logica che ci accompagna anche nella vita quotidiana, in famiglia, con gli amici o nel lavoro: quando vogliamo bene a qualcuno, o ci identifichiamo con un gruppo, all’ingrosso, e nonostante i suoi difetti – non grazie ad essi. Sono gli altri che scambiano questo come un consenso ai difetti: ma l’errore è in chi legge il fenomeno, non in chi agisce. Così come forse i ceti produttivi della regione hanno votato Lega non grazie a, ma nonostante le sparate anti-euro: per loro contava più l’immigrazione, il padroni a casa nostra, come messaggio di trascinamento. E hanno perdonato altri eccessi, considerandoli veniali (o, semplicemente, impraticabili).

Infine: nonostante le molte disquisizioni sui candidati, in queste elezioni – ma anche questa non è una novità, piuttosto una tendenza assestata – le persone hanno contato molto poco: leader inclusi, in certa misura. Quasi nessuno ha votato delle persone a prescindere dalla loro appartenenza: pochi i voti personali e non sul simbolo; moltissimi, a contrario, gli esempi di persone per bene e di valore a cui sono stati preferiti sconosciuti senz’arte né parte – o persino espulsi dal partito per cui si presentavano – ma collegati al simbolo che interessava. Segno che è inutile parlare né di uninominale né di preferenze come strumento di selezione dei migliori: astrattamente o in altri contesti forse funziona, in Italia e in questo momento storico lo strumento è del tutto spuntato. Si cerca altro: forse perché, nel profondo, delle persone – dei politici – ci si fida davvero poco. E qui sta un’altra parte del problema, nel rapporto tra i cittadini e la politica.

Il popolo e i luoghi comuni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 7 marzo 2018, editoriale, p.1

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