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Una società che invecchia: e le sue conseguenze

La rivoluzione demografica che attraversa tutto l’occidente rischia di avere almeno lo stesso impatto di quella tecnologica, ma è molto meno analizzata, e si ha ben poca cognizione delle sue conseguenze.

Il fatto che la popolazione d’occidente, e non solo, crolli (tutti i 50 paesi più sviluppati del mondo, con la sola eccezione di Israele, stanno diminuendo la propria popolazione autoctona) ha una serie di implicazioni enormi: sui flussi migratori (altrove la tendenza è opposta: l’Africa raddoppierà la sua popolazione da qui al 2050), ma anche sull’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione. Nel mondo, la popolazione con più di 60 anni raddoppierà da qui al 2050, e più che triplicherà al 2100. In Europa la popolazione over 60 passerà dall’attuale 25% al 35% nel 2050 – in Africa passerà dall’attuale 5% al 9% nel 2050.

C’è un’altra questione di rilievo. Ogni dieci anni, ne guadagniamo circa due di vita, a seguito degli incredibili miglioramenti nella qualità della vita, e dei progressi, a tutti i livelli, nella medicina: da quella preventiva alla tecnologia biomedica fino alla genetica. E c’è chi preconizza, seriamente, che – per chi potrà permetterselo – l’aspettativa di vita possa raggiungere molto rapidamente i cinquecento anni. Di fatto, l’invecchiamento della popolazione è già un dato drammaticamente evidente: in Friuli, la regione messa peggio del Nordest da questo punto di vista, per ogni under 15 ci sono due over 65. Con quali conseguenze sociali (dai servizi alla persona alla sostenibilità del sistema pensionistico fino all’occupazione) è forse facile immaginare, ma purtroppo non è affatto immaginato: la consapevolezza delle conseguenze – anche politiche – di questi processi è ancora minima.

Si tratta di re-immaginare non solo il mercato del lavoro, ma la società tutta intera: l’ingegneria sociale (si spera in chiave umanistica e non tecnocratica) ha grandi orizzonti davanti a sé. Intanto, è evidente che la presenza nel mondo del lavoro si allunga con l’allungarsi dell’aspettativa di vita, ed è assurdo pensare altrimenti. L’innalzamento inevitabile dell’età pensionabile ne è solo la conseguenza più ovvia. Ma, più in generale, bisogna cominciare a ripensare la vita non come una successione di fasi (come irrealisticamente avviene oggi: quella dell’apprendimento, anch’essa sempre più lunga, quella lavorativa, di durata che molti vorrebbero sempre uguale, e quella della pensione, ugualmente allungatasi), ma come una sovrapposizione tra di esse. Non è solo questione di sostenibilità economica del sistema, così concepito: con tutta evidenza, date le tendenze in corso, il sistema non è in grado di reggere, e in mancanza di correttivi molto forti è destinato a crollare, con conseguenze devastanti, soprattutto per le generazioni più giovani, che rischiano di pagarne il costo maggiore. È anche una questione di sua insensatezza. Molto meglio cominciare a lavorare prima, alternando fasi di formazione e fasi di esperienza professionale (ormai è dimostrato che migliorano sia la capacità di apprendimento che le performance lavorative), introdurre durante tutta la vita lavorativa periodi di aggiornamento semplicemente indispensabili, dato il ritmo dell’innovazione tecnologica, e lasciare che nel periodo del ritiro, che dovrebbe essere progressivo, dal lavoro, sia possibile mantenere spazi per attività anche professionali soddisfacenti, magari più legate alle relazioni e alla trasmissione di esperienze. Mentre in tutte e tre le fasi occorrerebbe aumentare la quantità di tempo dedicata all’implementazione delle capacità relazionali e ai servizi – reciproci – alla persona.

Non è fantascienza, e nemmeno la realtà di domani, ma quella di oggi, come dimostrano le sempre più persone che, anche in età avanzata, continuano a svolgere ruoli professionali e non per i quali mantengono alcune delle capacità necessarie. Ma andrebbe parimenti sviluppata la consapevolezze che il ruolo dei giovani è decisivo: è da loro che ci aspettiamo la capacità di vedere le cose con occhi diversi. Un mondo di vecchi, e da essi dominato, sarebbe una prospettiva agghiacciante.

Più vecchi, più longevi. Questa è una società da re-immaginare, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 12 marzo 2018, p. 9, rubrica “Le parole del Nordest”

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