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Immigrazione: parole forti, silenzi problematici

Le politiche migratorie adottate da quello che appare fino ad ora come il vero presidente del consiglio, o almeno colui che detta l’agenda del governo ed è artefice della sua visibilità, Matteo Salvini, corrispondono a quanto da sempre promesso dalla Lega e richiesto dai suoi amministratori. Da un lato una stretta sugli arrivi, già cominciata attraverso i primi respingimenti: peraltro iniziata da due anni, con le iniziative del ministro dell’Interno del precedente governo, Minniti, con cui gli arrivi si sono significativamente ridotti (meno 83,67% rispetto al 2017, meno 79,98% rispetto al 2016, ancora di più rispetto al 2015); ma portate avanti con maggior vigore simbolico dal ministro Salvini: respingimenti e chiusura dei porti, appunto, e non solo politiche per impedire le partenze, come in passato. E dall’altro la promessa di energiche politiche di espulsione, ancora da attivare. E’ evidente che gli amministratori leghisti, a cominciare dal presidente veneto Zaia, non potranno che plaudire, avendo sempre chiesto le medesime cose a partire dai territori. Il loro silenzio significa adesione e consenso.

E’ forse un po’ meno spiegabile, invece, il silenzio sulle modalità con cui tali politiche sono perseguite: lo stile (o la mancanza di stile) che le caratterizzano. Con elementi di bullismo istituzionale e di linguaggio ai limiti dell’accettabilità democratica, e qualche volta della denuncia per hate speech: non solo quando parla di “crociere” a proposito di sbarchi, di “ fine della pacchia” per gli immigrati e chi li ospita (che fa un lavoro che altrove fa lo stato), di organizzazioni non governative come “avvoltoi”, di italiani rom che “purtroppo ce li dobbiamo tenere” – dimenticando che, in quanto ministro, lo è anche dei rom italiani, delle Ong e dell’associazionismo, e di tutti quelli che non sono d’accordo con lui. Lo sottolineiamo perché Zaia – e va a suo merito – ci ha abituato invece a uno stile più sobrio e trattenuto, più confacente al ruolo istituzionale, mai insultante e capace anche di rimbrottare gli eccessi verbali di taluni suoi amministratori e compagni di partito. Lo diciamo, anche, perché tale atteggiamento del governo rischia di avere ripercussioni devastanti sulla pace sociale nei territori, che invece la perseguono, o dovrebbero perseguirla, come obiettivo fondamentale, nel loro interesse. Il conflitto permanente ha dei costi, e se pure lo si dichiara nei ministeri, i suoi effetti negativi si fanno sentire nelle amministrazioni locali costrette a gestirli.

Sarà perché, a sinistra, siamo abituati al perenne, eccessivo, defatigante dibattito interno al Partito Democratico, in cui qualunque cosa dica chiunque è segretario, immediatamente viene criticato dalla sua temporanea minoranza (possibilmente più di una, con argomenti diversi), spesso anche solo per rimarcare il punto, senza alcun vero obiettivo strategico. Per non parlare delle infinite anime della sinistra a sinistra del PD, capaci di arrivare alla scissione dell’atomo pur di non rischiare di ottenere consenso: un po’ come quei giovani che cercano lavoro sperando di non trovarlo… O sarà perché, anche a destra, prevalevano in passato le discussioni interne tra l’ala governista moderata e quella radicale di Forza Italia (i Tajani o i Romani da un lato, e i Brunetta dall’altro). O, ancora, sarà perché persino nel Movimento 5 Stelle, uscito dall’ingombrante tutela di Beppe Grillo che tacitava ogni dissenso sradicandolo brutalmente al primo manifestarsi, assistiamo all’emergere plateale di una dialettica interna tra la componente iperistituzionale di Di Maio e quella più movimentista rappresentata dal presidente della camera Fico. Sarà per tutto questo, ma un po’ ci stupisce, invece, l’assenza assoluta di dibattito interno a quello che si configura come l’ultimo partito leninista rimasto, gestito con un ferreo centralismo poco democratico, la Lega: il fatto che non uno dei suoi colonnelli si azzardi anche solo a suggerire una minima, almeno tattica, moderazione dei toni – come se non ci fosse il diritto non diciamo al dissenso, ma anche solo all’espressione di una posizione personale. E ci inquieta, pensando che la capacità di confronto, e di ascolto reciproco, che può sembrare di inciampo quando si tratta di condurre una dura opposizione, è invece non solo auspicabile, ma indispensabile e strategica, quando si diventa partito di governo. Come la Lega di Zaia sa bene, rappresentando il governo regionale e locale da molti anni. Come la Lega di Maroni ministro dell’Interno sapeva. Come la Lega di Salvini suo omologo non sa o non vuole. Facendo crescere la conflittualità interna ed esterna. Che è precisamente il contrario di ciò che dovrebbe fare un ministro dell’Interno.

Migranti, silenzi colpevoli, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 giugno 2018, editoriale, p.1

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