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Cittadini, ma di quale patria? L’uso strumentale della cittadinanza

La polemica sulla possibile offerta della cittadinanza austriaca agli abitanti del “Tirolo storico” si presta a qualche riflessione che esula dal caso specifico: facendo comprendere tutta la strumentalità e la mancanza di basi dell’operazione.

Fa bene chi per l’Italia, al ministero degli Esteri, parla di “atto ostile”. Nel contempo è una risposta con le radici nel passato, ancorata alla logica dei vecchi nazionalismi: priva di uno sguardo sul futuro, ma anche solo di un piede ben piantato nel presente.

Cominciamo dalla cosa in sé. I caratteri culturali di un popolo vengono decisi sempre a posteriori: perché sono contestuali. Sono alcuni, in un certo momento storico, e altri in un altro. Il che non significa dire che non ci sono differenze: ma che il definirle e misurarle dipende molto dallo sguardo di chi le osserva. Anni fa ci fu, nella Gran Bretagna multiculturale, un interessante dibattito sull’essenza della “britishness”. Molto approfondito, andò avanti per mesi: ma si perse in una pluralità di risposte, quando si è trattato di andare nello specifico. Che cosa era, davvero, “britishness”? Parlare un buon inglese? Amare la famiglia reale? Bere il tè alle cinque? Leggere Shakespeare? Frequentare l’università a Cambridge? Giocare a cricket? La risposta, sul piano empirico – che non si lascia mai facilmente imbrigliare dai principi: il reale è sempre più complesso, ambiguo e contraddittorio dell’ideale – è che a queste categorie si adeguano spontaneamente un sacco di indopakistani nati in UK, e magari pochi “white anglo-saxon protestants” che parlano gallese, sono repubblicani, preferiscono la birra, riconoscono in Shakespeare il nome di un pub, non superano la scuola dell’obbligo, e preferiscono il football. Le cose sono ancora più complicate quando si parla di confini geografici, come nel caso del Tirolo. Perché essendo stati, nella storia, quanto di più mobile esista, pur pretendendosi sacri e immutabili, tutto dipende dal momento in cui decidiamo di misurarli. Pensiamo se volessimo dare la cittadinanza italiana, anzi, romana, ai sudditi dell’Impero nel suo momento di massima espansione! A maggior ragione, come accade sempre nel caso dell’idea austro-tirolese, se si includono anche minoranze linguistiche che mostrano con il loro stesso esistere di avere una storia diversa da chi li circonda. Dov’è allora la specificità? Non parliamo dell’unicità?

Ma la strumentalità la usano in tanti. Lo fece solo pochi mesi fa, in aprile, l’Italia, concedendo la cittadinanza italiana al piccolo Alfie Evans, che stava morendo per una gravissima patologia cerebrale, affinché potesse essere operato in Italia. Anche quello era un uso assai disinvolto del concetto di cittadinanza, che in termini di principio suscitava più di un interrogativo, e i britannici avrebbero potuto considerare un atto ostile: tra l’altro includeva implicitamente anche un pesante giudizio critico sia sul sistema ospedaliero britannico che, più gravemente ancora, sul suo sistema giudiziario, e sui valori etici fondanti del paese. Un uso disinvolto e strumentale della cittadinanza lo implicano peraltro anche quelle frequentemente concesse per motivi fiscali o per meriti sportivi. E le doppie e triple cittadinanze di alcuni. A proposito: anche ai trentino-tirolesi, in termini di pura convenienza, non è affatto detto che la cittadinanza austriaca aggiunga qualcosa…

Quando diciamo che l’operazione ha radici in un passato che ha significato solo nella misura in cui glielo attribuiamo, senza solidi legami nel presente, ci riferiamo anche a chi ragiona in termini di cittadinanza europea, per esempio: le cittadinanze nazionali dei paesi dell’Unione Europea hanno un valore enorme non in sé, ma perché aprono all’orizzonte della libera circolazione e ad altri vantaggi. Lo mostrano gli immigrati che appena ottenuta la cittadinanza italiana lasciano il paese per cercare migliore fortuna altrove. Ma anche i discendenti di emigrati italiani in Sud America che affollano le nostre ambasciate per richiedere una cittadinanza che interessa loro non per tornare in Italia, ma per poter andare liberamente negli Stati Uniti senza dover chiedere il visto… In più – in un’epoca di mobilità accresciuta che caratterizza in particolare i giovani della generazione Erasmus – a molti semplicemente interessa meno l’una o l’altra appartenenza, in una logica cosmopolita. Le radici, spesso, sono dove decidi di metterle, non dove sei nato.

Cittadini, ma di quale patria?, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere del Trentino”, 27 luglio 2018, editoriale, p.1

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