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Ora che il nuovo politically correct è diventato il cattivismo…

Siamo rimasti spiazzati. Ci avevano spiegato così tante volte in questi anni che non se ne poteva più del buonismo imperante e del politically correct, che da quando il nuovo politically correct (dominante e al potere) è diventato il cattivismo, ci pervade una discreta inquietudine, e forse un po’ di angoscia.

L’inquietudine è quella degli esempi di cattivismo diffuso, popolare, per così dire. Come quello della psicologa (?) veronese, cui non ci interessa dare la dignità di un nome e di un po’ di pubblicità, che considera le foto dei bimbi morti affogati in mare, dopo il rovesciamento di un barcone al largo della Libia, una fake news e, nella più elegante delle sue frasi su quei “bambolotti del c…”, afferma che “se fossero rimasti a casa non sarebbero morti”. Neanche il pregio dell’originalità: altri nel frattempo avevano già ripreso l’immagine con un fotomontaggio in cui si vedeva alle loro spalle un set fotografico. O l’imprenditore di Trento che insulta il dipendente in quanto “bastardo islamico” e “musulmano di merda”, minacciando tra una bestemmia e l’altra di mandargli Casa Pound, così “ti bruciamo vivo”. Ma basta leggere i commenti ai post o ascoltare quelli nei bar: che si parli Salvini, di Boldrini o di numeri arabi che qualcuno, subdolamente, vorrebbe introdurre nella nostra cultura, invece di tornarsene a casa sua… Tutto ci dice che l’aria che tira è cambiata, in concomitanza con le elezioni e il cambio al vertice del potere. Come giusto e inevitabile che sia, peraltro.

L’angoscia è la sensazione che possa andare solo da così a peggio. E, lo diciamo subito a scanso di equivoci, al di là degli schieramenti politici. O meglio: in tutti. Fa lo stesso identico orrore chi posta con tracotanza la foto dei tre bimbi morti dicendo che è colpa dei buonisti (o che è falsa), e chi la posta quasi con soddisfazione dandone la colpa alla chiusura dei porti, a Salvini e a Di Maio. In entrambi i casi non c’è nessuna partecipazione al dolore, nessuna empatia, nessuna considerazione del dramma umano: solo, da tutte e due le trincee, l’uso strumentale, come arma impropria, di una immagine terribile, che dovrebbe fare orrore perché il fatto è accaduto, e non per altro.

Non faremo, naturalmente, l’operazione di sciacallaggio – perché tale la consideriamo – di attribuire a Salvini, come sua responsabilità e colpa, il fatto che alcuni, ispirati da lui o felici della sua ascesa al potere, si giustifichino per così dire in nome suo: “adesso che c’è Salvini…” L’ignoranza, come diceva mia mamma, è una brutta bestia, ci sarà sempre, ed è sbagliato assumerla come categoria interpretativa del reale, anche quando è pervasiva e diffusa: e dare a degli imitatori sviati le colpe di coloro che credono a torto di imitare. Anche la responsabilità dell’opinione in pubblico, come quella penale, è personale. Però, certo, lo stile conta. E lo stile così poco ministeriale di un ministro dell’interno che, va pur detto, è ministro di tutti (anche degli insopportabili buonisti, di chi l’accoglienza la fa, e di chi i migranti sarebbe persino d’accordo a salvarli) non dà, per usare un gentile eufemismo, uno splendido esempio. Non capire che fare il capo dell’opposizione o il ministro di tutti è un mestiere diverso, che va esercitato in modo diverso, e interpretato con parole diverse, è una tragedia educativa – e un esempio negativo – che rischia di fare parecchi danni a un tessuto sociale già abbastanza propenso alla sovreccitazione di suo. Nessuno di noi assumerebbe un collaboratore che si comporta come un ultras in trasferta anche sul luogo di lavoro; e protesteremmo contro il comportamento di un insegnante che usasse in aula il linguaggio di quando si ubriaca con gli amici durante un addio al celibato.

Non si tratta né di tradire i propri valori né di abbandonare le felpe, ma di imparare quello che cerchiamo di insegnare anche ai nostri figli: che, a seconda dell’ambiente e del ruolo, sono richiesti comportamenti, conoscenze e responsabilità differenti. Non per ipocrisia, ma come forma necessaria del saper vivere. Di cui il linguaggio è la prima e più evidente manifestazione.

Razzismi e colpe politiche, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 luglio 2018, editoriale, p.1

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