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Il ponte crollato: metafora di un paese che non c’è

Il crollo del ponte Morandi non è una cosa che riguarda solo Genova. C’entra anche con noi, con tutti noi: noi come vizi profondi di una cultura e di un sistema paese che non cambia, a dispetto dei cambiamenti politici e di governo. E c’entra, sì, anche con il Veneto. Tutto si tiene, tutto si lega, ed è giusto così.

C’entra il Veneto perché c’è anche un veneto tra le vittime del crollo. C’entra il Veneto perché Atlantia, la società che ha in concessione il tratto autostradale della A10 coinvolto dal crollo, vede come primo azionista la holding della famiglia Benetton. Sarà la magistratura a dire se ci sono delle responsabilità e quali, sarà la politica a decidere se rivedere il sistema delle concessioni a privati e come. Intanto, in un solo giorno, la società ha perso oltre un miliardo in borsa, e dopo le dichiarazioni del governo altri quattro, in totale un quarto del suo valore: mentre da qualche parte dovrà cominciare una riflessione che non assomigli solo al consueto italico scaricabarile. C’entra il Veneto perché le istituzioni e il volontariato sono pronti a fare la loro parte per aiutare Genova, e certamente la generosità si manifesterà ancora, come in passato, in molte forme: e va raccontata anche la parte bella, partecipe e solidale, della realtà. C’entra il Veneto perché ci sono veneti che vivono in quella regione, altri che sono lì per turismo in questo momento, e molti di più attraversavano spesso quel ponte o lo facevano attraversare alle loro merci. C’entra il Veneto perché ci accorgeremo presto delle ripercussioni – anche concretamente economiche – che il disastro avrà per il sistema industriale del paese, in tante sue articolazioni che ora nemmeno ci immaginiamo: la città spezzata in due è il simbolo di una direttrice di collegamenti molto più ampia, neanche solo nazionale, che ora è spezzata in due. Ma, più profondamente, c’entra il Veneto, e c’entriamo tutti noi, classi dirigenti e comuni cittadini, per come abbiamo passato le 48 ore successive al disastro a discettare sulle colpe degli uni o degli altri, schierandoci aprioristicamente pro o contro questo o quel partito, accusandolo di tutte le nefandezze, fingendo una pietà che non sentivamo, mimando una com-mozione (che vuol dire muoversi e sentire insieme agli altri) che non ci faceva muovere affatto. Cercando nel disastro la scusa per regolare i conti con qualcuno, di fondo fregandocene bellamente di quanto è accaduto: uno sciacallaggio informativo, politico, morale, ben peggiore di quello che rischia sempre di avvenire sul posto, quando si consumano queste tragedie. Lo specchio di un paese senza legami, senza fondamenti, senza obiettivi comuni.

E’ così che il crollo del ponte Morandi diventa una metafora potente, purtroppo negativa: la metafora di un paese che non c’è. O forse che non c’è più, o che sembra non volere più esserci. Un paese di nemici, e alla ricerca di nemici. Che preferisce scavare altre trincee, e barricate, anziché costruire ponti – appunto. Un paese incapace di fare, nel piccolo e nel grande, nell’ordinaria manutenzione del presente e nelle scelte strategiche sul futuro: a cui la storia non insegna niente, che ripete ogni volta gli stessi errori.

Prendiamolo come la metafora di questo paese, allora. Teniamo lo sguardo ben fisso su di esso. E proviamo a pensare che i pilastri che crollano sono i capisaldi della convivenza civile. Le strutture che non tengono sono le regole di funzionamento della società. Le fondamenta che non reggono sono i fondamentali della tenuta del patto sociale e tra generazioni. Il cemento che si sbriciola, infine, è la solidità dei riferimenti morali in cui ci riconosciamo.

Possiamo consolarci: dopo tutto, i morti per effetto diretto di queste cause sono ancora relativamente pochi – anche se sempre troppi, e inaccettabili. Per giunta stanno quasi tutti altrove, e quindi qui, siamo onesti, fanno meno notizia. Ma i danni indiretti di tutto ciò sono incalcolabili, e le difficoltà si protrarranno a lungo nel tempo. E non ne abbiamo ancora veramente contezza.

Guardiamola in faccia, questa metafora: questo specchio. E interroghiamoci con onestà: per capire se l’immagine che ci restituisce ci assomiglia. E se questa immagine ci piace.

Metafora di un paese che non c’è, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Bologna”, 17 agosto 2018, editoriale, p.1

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