stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Femminicidi: si può educare all’amore?

I femminicidi sono questione degli uomini. Perché sono loro a compierli. E su di loro bisogna dunque lavorare. Bene ha fatto quindi il direttore di questo giornale a porre il problema, innanzitutto, della prevenzione, e quindi quello – collegato – dell’insegnamento e dell’approfondimento nella scuola.

Si può educare alle relazioni? Sì, si può. Ma non si fa: non sono preparati a farlo gli insegnanti (anche se spesso si arrangiano come possono), e come genitori forse protesteremmo nel veder insegnate materie così secondarie e poco serie rispetto alla matematica o all’italiano (mentre siamo certi che come studenti ne coglieremmo tutta l’importanza…).

Me ne accorgo in prima persona. Insegno all’università: sociologia. Per definizione, la disciplina che pone maggiormente al centro della sua attenzione l’analisi delle interazioni e delle relazioni sociali. E l’amore è per molti di noi la più importante di tutte: quella che ci cambia le gerarchie di vita, ne riorganizza le priorità, le frequentazioni, l’uso del tempo, ci fa fare, nel bene e nel male, cose che non avremmo mai fatto (ci rende migliori, generosi, altruisti, tanto quanto egoisti, autocentrati, ossessivi e possessivi), esperienze che non avremmo nemmeno mai immaginato di sperimentare. Tanto che è la relazione per eccellenza: e quando viviamo un amore diciamo appunto che abbiamo una relazione. E ne facciamo la cellula fondamentale intorno a cui si articola la riproduzione biologica e quella sociale. E può capitare addirittura di morire d’amore: non solo metaforicamente. I femminicidi, i suicidi, ma anche le morti – letteralmente – di crepacuore, perché è morta la persona che più abbiamo amato, ci dicono quanto l’amore sia cruciale nelle nostre vite.

Ebbene, anche in sociologia non si studia: nei manuali non c’è. C’è il capitolo sul genere e le sue definizioni. C’è quello sulle trasformazioni dei modelli familiari. Ma d’amore non si parla: come se non fosse serio, scientifico. Ed è un buco sorprendente. Pensare che anche il fondatore della sociologia, quello che ne ha inventato il nome, Auguste Comte, positivista e scientista, è finito pazzo d’amore per la sua amata Clotilde de Vaux, morta undici anni prima di lui, cui dedicherà un vero e proprio culto (lui, demolitore delle religioni), tra gli ammiccamenti dei discepoli. Per questo, da sempre, ho introdotto nel programma una lezione di sociologia dell’amore, prendendo a prestito da quel poco che alcuni sociologi hanno approfondito (Alberoni in Italia, Simmel, e poi Giddens e Luhmann, tra i grandi), e da quanto elaborato altrove: psicologia e neuroscienze da un lato, ma soprattutto arte, letteratura e poesia dall’altro.

E i ragazzi reagiscono con interesse: spesso è la prima volta che ne sentono parlare come un argomento degno di riflessione anche ‘scientifica’. Perché lo è, degna, questa cosa che li coinvolge così tanto, di cui parlano così spesso, questa parola che pronunciano continuamente, magari spesso superficialmente, attraverso i testi delle canzoni, in mancanza di linguaggi più profondi.

In molti paesi già si fa. Ma l’enfasi è spesso più sulla prevenzione dei problemi: rapporti non protetti, malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze in età adolescenziale, bullismo a carattere sessuale, sexting. O sulle definizioni di genere, ossessione recente degli adulti. Per cui spesso non si va molto più in là di qualche sbrigativa raccomandazione di safe sex (nei casi peggiori, qualcosa del tipo: “se decidete di scopare, mettetevi il preservativo”), o di una generica apertura alle diversità nelle definizioni di genere. Che va bene, ma non va abbastanza in profondità. Perché quello che serve è una molto più complessa educazione ai sentimenti (tutti: non solo all’amore e dell’amore), e una messa in relazione di essi con le relazioni di genere e i modelli familiari. Più complesso, inevitabilmente più controverso (va a toccare molte sensibilità, a partire da quelle religiose), ma anche molto più radicale e profondo.

L’analfabetismo sentimentale e relazionale diffuso è un problema drammatico: di cui fanno le spese in maniera più esplicita i più deboli, in specifico soprattutto le donne, ma più complessivamente tutta la società. E’ meritevole quindi di una discussione pubblica accesa: sono quei dibattiti da cui una società esce più consapevole, e quasi sempre più civile.

Femminicidi: l’amore che va insegnato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 12 settembre 2018, editoriale, p.1

Leave a Comment