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Non c’è export senza import: e non solo in economia

Ex-portare. Portare fuori. Prodotti, ma anche conoscenze, e tutto l’immateriale implicito e contenuto nella materia, nei prodotti: una cultura, se c’è, uno stile, se è individuabile, un modo di vita, se viene compreso. Il made in Italy, per esempio. O il made in Veneto, se esistesse e venisse percepito, sperimentato e pubblicizzato al di fuori come tale: ma temiamo che sia (ancora) prematuro, e ci convenga (per ora) rimanere attaccati all’etichetta made in Italy, ben altrimenti conosciuta e rinomata.

In questo senso, esportare è un mestiere che fanno gli imprenditori, ma anche altri: professionisti, artisti, politici (che possono esportare modelli di governo), insegnanti (che hanno nel nome della loro professione, quando se ne ricordano, la missione di lasciare un signum, antesignano del marchio, del brand), e in fin dei conti ciascuno di noi, che volente o nolente, implicitamente o esplicitamente, è ambasciatore della cultura cui viene percepito appartenere, se è consapevole di averne una (ammesso e non concesso – è meno frequente di quel che si creda), e dell’identità collettiva con cui, appunto, si identifica (anche se la consapevolezza e la ricchezza della propria è spesso inversamente proporzionale alla frequenza con cui la si proclama).

In questo senso – come in ogni buona logica di brand – si esporta, o sarebbe conveniente esportare, molto più di un prodotto: un’idea di vita, una cultura, uno stile (parola seria – deriva dallo ‘stilo’ che serviva per scrivere: quindi indica il modo di esprimersi – purtroppo spesso intesa in maniera superficiale, come ciò che sta all’esterno di te, che adotti ma non ti identifica veramente). Ma per esportare una cultura bisogna prima possederla: e poiché non è qualcosa che si compra, ma qualcosa che si vive se se ne ha consapevolezza, bisogna apprenderla, conquistarla, fare fatica, studiare. Appartenere a (o identificarsi con) una cultura non è un dato acquisito alla nascita, come molti credono: tanto che si può acquisire così come si impara una lingua, ci si converte a un’altra religione o si cambia squadra per cui tifare. E con la stessa velocità si può perdere.

Contrariamente a una percezione diffusa, una cultura presuppone contatti, apertura. “Se conosci solo l’Inghilterra non conosci l’Inghilterra”, recita un saggio detto inglese. L’insularità e la chiusura non sono qualità culturali: la curiosità, l’apertura mentale, concrete occasioni di viaggio, di sperimentazione empatica di altre culture, frequentazione di persone diverse, invece lo sono.

Per esportare serve quindi un ambiente permeabile, che trasmetta facilmente e per vocazione contenuti, senza preclusioni, e delle istituzioni che favoriscano il muoversi dei medesimi. Serve conoscere le lingue, e le loro finezze, perché ogni parola contiene un mondo di significati, che è diverso da cultura a cultura. E, non è un paradosso, presuppone voglia e curiosità di importare (prodotti, culture, stili, persone che li veicolano), capacità di farlo selettivamente, scegliendo il meglio. E desiderio di contaminarsi, di scambiare e di cambiare. Ciò che spesso va sotto il nome di mentalità cosmopolita: per la quale esportare e importare sono cose che si implicano vicendevolmente.

Non si ha l’una senza l’altra. Non è dato. Nemmeno conviene. Viviamo in un mondo che favorisce l’osmosi, la relazione: probabilmente è così la natura stessa. Se vogliamo ambienti aperti alle nostre esportazioni (di prodotti, idee, stili, ecc.), dobbiamo auspicare e costruire ambienti aperti a prodotti, idee e stili altrui. Nell’epoca della globalizzazione la permeabilità e la disponibilità a contaminarsi (o anche solo a copiare buone idee e pratiche) è essa stessa una cultura e uno stile di vita, che è all’origine anche di molti prodotti globali. Ma più profondamente è qualcosa di insito in noi, da sempre, e che tuttavia dobbiamo coltivare: altrimenti, come ogni qualità, come ogni potenzialità inespressa, come il nostro corpo quando non lo esercitiamo, rattrappisce, rinsecchisce, diventa incapace. Anche la cultura dell’esportare e dell’importare va dunque difesa e ri-costruita in permanenza.

Non c’è export senza import: contaminarsi è uno stile di vita, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 17 settembre 2018, p. 3, rubrica “Le parole del Nordest”

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