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I leader-bambini e l’infantilizzazione della politica

L’elettorato è sempre più anziano, i leader sempre più giovani, l’atteggiamento sempre più infantile. Potremmo riassumere così l’evoluzione, o l’involuzione, che si nota oggi nel mondo politico, non solo italiano. E non da oggi: con questo governo, è vero, ha toccato vertici mai visti. Ma il cambiamento è quantitativo, non qualitativo: quest’ultimo era iniziato già prima.

Cosa fa un bambino, nelle fasi precoci della sua socializzazione? Essenzialmente, dice ‘io’. Ha bisogno di essere riconosciuto, di conferme continue della sua esistenza. Per cui urla, strepita, se necessario piange: deve sentirsi al centro dell’attenzione. Ne tira fuori una nuova ogni giorno pur di essere guardato. Il suo concetto di ‘giusto’, e anche di ‘vero’, corrisponde a quello che vuole e decide lui: senza bisogno di conferme dalla realtà (e persino le disconferme non lo toccano). Il suo bene personale è il criterio per giudicare il bene collettivo.

Cosa fa un politico, oggi? Governa? Nei momenti liberi… Per il resto urla, strepita, ne spara una al giorno pur di essere guardato (citato, intervistato, commentato: l’evoluzione social è likeato, ritwittato…), si fa fotografare o filmare dove lo share è potenzialmente maggiore, inventa continuamente occasioni di visibilizzazione – il loro narcisismo si bea dell’attenzione che polarizzano. Piange: ovvero protesta contro gli altri, indica nemici (gli immigrati, i poteri forti, l’Europa) – è sempre colpa degli altri, nella sua logica, responsabilità altrui, mai sua. Protesta contro quelli che non lo lasciano vincere facile: chi oppone dati che contrastano la realtà, chi esprime dai giornali opinioni diverse (e infatti spera che i giornali chiudano, e chiede che chi avanza dati contraddittori con la sua percezione di realtà – che come per tutti i bambini è spesso fantasiosa – si dimetta: Consob, Inps, Bankitalia…). Quando è il caso, pur di vincere, bara (sui numeri, sui dati, attribuendo agli altri opinioni che non hanno espresso): come fanno i bambini le prime volte che giocano a carte o a Monopoli, o anche a pallone (e infatti le prime volte li lasciamo vincere, altrimenti mettono il muso: solo più tardi imparano e accettano che ci sono delle regole, e valgono anche per loro, e si può anche perdere senza farne un dramma). Quelli più predisposti all’arroganza fanno i bulli, forti del loro gruppo di appartenenza: insultano, fanno scherzi cattivi che pretendono furbi (tipo rubare la merendina di uno e dare la colpa a un altro), se la prendono con i più deboli e i più timidi (ma anche solo i rispettosi delle regole), pur di primeggiare.

Il problema però non sono solo i politici. Se accade, se funziona, vuol dire che agli elettori, ai cittadini, va bene così: che questo vogliono – perché, evidentemente, questo corrisponde anche al loro, di sentire.

Per metterla su un piano più serio e generale: stiamo scoprendo che, a differenza di quanto avevamo appreso a scuola studiando l’agorà ateniese (probabilmente con qualche idealizzazione di troppo), la democrazia non corrisponde affatto a maturità, consapevolezza, approfondimento, e non presuppone competenza, saggezza, conoscenza. La progressiva infantilizzazione del linguaggio politico, l’emergere dell’atteggiamento da tifo calcistico (bisogna sostenere la squadra – e prendersela con la squadra nemica – a prescindere), la mistica del coach (e infatti i nuovi leader amano farsi chiamare ‘capitano’…), il bullismo istituzionale, sono passaggi diversi del medesimo percorso. Bisogna vincere, annientare il nemico, mettere in pratica il proprio programma, senza pensare a quello che accadrà dopo: per affermare se stessi – e tanto più forte quanto meno si è fatto e meritato e faticato nella vita reale. E vendicarsi del nemico, senza accettare i limiti della legge, o forzandoli.

La vicenda politica trasformata in un film dove l’eroe vince sempre e noi fingiamo di credere che sia possibile. O peggio in un reality show: dove uno alla volta cacci gli altri dalla ‘casa’, o convinci i telespettatori (gli elettori) a farlo, recitando una parte in favore di telecamera facendo finta che sia la realtà, fino alla proclamazione del vincitore, l’eroe per un giorno (solo che non ci si accontenta del famoso ‘quarto d’ora di celebrità’: l’esposizione ai media dà l’assuefazione, e dopo non si riesce più a farne a meno, diventa un comportamento compulsivo, una dipendenza – tossica, come tutte le altre…). E alla fine, letale: se non per il politico di turno – che spesso nemmeno se ne accorge, come tutti i tossici – per il suo giocattolo, il set dove si svolge il suo reality. Il paese. Noi.

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