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Ricerca come forme di creatività: nell’impresa e altrove

Prima di tutto bisogna immaginare. E’ questo, in essenza, la ricerca, a partire da quella che chiamiamo ricerca pura: immaginare quello che non c’è ancora, o non è ancora visibile, ma potrebbe esserci, poi cercarne gli indizi, le tracce delle sue leggi di funzionamento, poi renderlo concreto, costruirlo, trovarne applicazioni, inventare nuovi prodotti, e nuovi mercati per collocarli.

Fare ricerca, produrre ricerca, è l’attività creativa, e che definisce l’umano, per eccellenza. Non a caso si usa la stessa parola anche a proposito della spiritualità, dei valori (“sono in ricerca”), e dell’arte (“una ricerca estetica”). E ovviamente caratterizza l’imprenditoria più avanzata. Oggi, più che in passato, è un motore fondamentale di un’economia che sempre più è improntata sull’innovazione, sul raggiungimento di nuovi traguardi, su un’accentuata competizione legata non più solo al prezzo, ma alla qualità, al raggiungimento di nuovi obiettivi, all’invenzione di nuovi mondi. Oggi l’impresa non fa ricerca: sempre più spesso è ricerca, e spesso una nuova ricerca, la ricerca di qualcosa di nuovo, è all’origine dell’impresa stessa, il motivo per cui viene creata.

Non è strano, dopo tutto: siamo fatti così – sempre in ricerca. Anche perché sempre insoddisfatti di quello che abbiamo, e decisi a volere di più, meglio, o semplicemente altro. Nella vita quotidiana, come in economia.

Ri-cercare significa, letteralmente, tornare a cercare, cercare di nuovo, incessantemente. Deriva dal latino circare, che forse descrive l’azione che si compie durante la caccia con i cani, nel fare giri sempre più larghi allo scopo di identificare le prede, che della caccia sono l’obiettivo. Alla luce di questa etimologia, non dovrebbe stupire che quando un imprenditore è in gamba, di lui si dica che ha fiuto per gli affari…

Non è un caso che la ricerca, nella storia anche letteraria, e in quella – che la precede – delle mitologie e delle religioni, sia imparentata con la via, l’avventura, il pellegrinaggio, e naturalmente anche la lotta, il superamento dell’ostacolo e la conquista: Gesù si definisce “la via”, che traduce anche il Tao. Homo viator, si dice del resto nel linguaggio della mistica: ma è così per tutto, e dall’amor cortese al mondo dell’impresa siamo sempre alla ricerca di un qualche sacro Graal, che ci doni la felicità o un senso di compiutezza per aver “fatto l’impresa”, o semplicemente dia un senso alla nostra esistenza – che di solito, poi, finisce per non bastarci, per non soddisfarci, e ricominciamo…

Non è strano. Le appendici che ci collegano alla terra, dopo tutto, sono piedi, non radici. E i piedi servono per camminare. E fin dal momento in cui siamo scesi dagli alberi – all’epoca in cui di arti, per muoverci, ne usavamo ancora quattro – abbiamo dovuto cominciare a correre: per cacciare le prede e sfuggire i predatori. La nostra ricerca, la nostra corsa affannosa verso il non conosciuto, è cominciata lì.

Un passo tira l’altro. Le strade si fanno camminando. E siamo arrivati alla ricerca scientifica e tecnologica. Fino a che non abbiamo inventato un mondo e un’economia che, attraverso la globalizzazione e la concorrenza illimitata ci spinge sempre più – ci obbliga – a cercare continuamente nuove strade.

E abbiamo imparato che da quella ricerca dipende il nostro futuro, in relazione al quale dobbiamo modulare il nostro presente, ricercando la nostra soddisfazione e la nostra ricchezza. Non solo economica.

Siamo così, sempre in ricerca di qualcosa di nuovo. Questa è la nostra ricchezza (non solo economica), in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 8 ottobre 2018, p. 5, rubrica “Le parole del Nordest”

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