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Si può fare a meno della scuola?

La seconda puntata della rubrica che tengo su Confronti: “What if”, ovvero come sarebbe “Il mondo, se…”
Questa volta parliamo di scuola

Senza scuola

4 ottobre 2018

Rubrica “Il mondo se”

di Stefano Allievi. Sociologo e islamologo. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

E se non ci fosse più la scuola? La scuola come la conosciamo oggi, dico. Quel posto in cui andiamo tutti quanti, alla stessa ora, negli stessi giorni, per imparare le stesse cose.

Ci siamo talmente abituati, che ci sembra impossibile immaginare altrimenti. Ma se ci pensiamo meglio, la scuola come noi la concepiamo ha una storia recente. E non necessariamente inesorabile.

Il mondo è complesso, le culture molte e in mutamento, l’innovazione rapidissima: perché dovremmo avere un modello di istruzione uniforme, e uniformizzante?

Per milioni di anni, nelle epoche lente, si è imparato imitando, di generazione in generazione, chi ci aveva preceduto. Rifacendo gli stessi gesti, utilizzando gli stessi strumenti, ripetendosi le stesse conoscenze. In un’epoca veloce, con conoscenze sempre più specialistiche, il meccanismo si è invertito.

L’innovazione – non solo scientifica e tecnologica – è così rapida che ha cambiato tutto. In molte cose non sono più i padri e le madri a trasmettere il sapere ai figli e alle figlie, ma spesso il contrario: sono i nativi digitali a spiegare ai loro genitori e nonni le tecnologie, così come sono i ragazzi di seconda generazione a spiegare e “tradurre” (dal punto di vista linguistico e culturale) ai loro genitori immigrati i fondamentali della società in cui vivono. Cambiando in profondità le gerarchie stesse dell’autorevolezza, da sempre legate alla trasmissione del sapere.

La mobilità sempre più frequente ci porta a sperimentare che le culture, proprio come le lingue che le veicolano, si possono apprendere. La patria diventa il luogo dove (e le persone con cui) scegli di vivere, la tua comunità elettiva, non quella in cui sei nato. Scopri che una lingua e una cultura che non è la tua lo può diventare. E che per i saperi e le discipline è lo stesso.

Il pluralismo scolastico è un dato. Scuole private, religiose, diverse per lingua di insegnamento (ma a cui accedono anche persone che ne parlano un’altra), ispirate a pedagogie alternative (da Montessori a Steiner) fino all’home schooling.

Noi crediamo di dover studiare, ma non è così: dobbiamo imparare, che è altra cosa. È la scuola il modo migliore? La vita tripartita in ambiti separati? Vent’anni di formazione, quaranta di lavoro, venti di pensione?

Tutto ciò non ha più senso (se mai lo ha avuto): perché per imparare veramente occorre sperimentare e sperimentarsi; perché il lavoro ha bisogno di formazione permanente; perché è contro natura ritirarsi poi dal mondo in attesa della morte, e infatti si continua a sperimentare e a imparare.

Il modello della scuola obbligatoria e uguale per tutti, in una fase storica oggi sepolta, ha avuto molti meriti: ma il mondo è cambiato. Il learning by doing si diffonde, perché si è capito che non c’è altro modo altrettanto efficace.

L’insegnamento capovolto, quello in cui a casa si acquisiscono le conoscenze fondamentali e a scuola si sperimenta insieme, e non il contrario (con una funzione molto diversa del docente), è realtà che si diffonderà inesorabilmente, come la peer instruction (insegnamento tra pari, collaborativo e di gruppo anziché in competizione individuale).

Sempre più si ha consapevolezza che occorre sviluppare l’uso del corpo insieme a quello della mente, sviluppare competenze relazionali oltre che conoscenze astratte e mirate, favorire pratiche espressive e di liberazione della creatività individuale anziché di suo contenimento: e imparare a imparare continuamente. Per ognuno secondo i suoi talenti.

Finiranno i percorsi lineari e uguali per tutti, uscendo dalla scuola anche presto per poi magari rientrarci, dopo altre esperienze, con diverso interesse e motivazione. Lo Stato diventerà un competitor tra tanti, e la scuola come oggi la conosciamo un’offerta tra molte. Come già sta accadendo all’università, in molti ambiti – e tra i più innovativi. Anche la scuola superiore (e in prospettiva quella dell’obbligo) comincia a essere una proposta fatta di programmi componibili e individualizzati. Si potranno liberalizzare orari, periodi, offerte didattiche, luoghi dove coglierle. Si moltiplicheranno i maestri e le occasioni di apprendimento.

Dire addio alla scuola obbligatoria, fornita da un unico ente, uguale per tutti, non solo è possibile: sta già accadendo.
E potrebbe essere un’ottima notizia.
O almeno la sua premessa.

[pubblicato su Confronti 10/2018]

Una risposta a Si può fare a meno della scuola?

  • sì, ma no. la predizione è bella in un certo isolamento dalle strutture che circondano la scuola (non ultime, le tendenze stagnanti della mente capitalista). si capisce che sto ribaltando proprio il tuo main point, ma in così poche parole l’analisi deve rimanere un po superficiale, e secondo me la tua pecca d’ottimismo sia esplicito che implicito. certo è, che se anche fosse, chi di potere troverà nuove vie per regolarizzare e controllare la formazione di chi è destinato a rimanere sotto tale potere. insomma, sarebbe bello, ma degli umani in massa non ci si può fidare. se ciò succederà, il cambiamento sarà semplicemente cosmetico. di certo non a buon fine. saluti! barbara

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