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Capitale umano: se il sapere non è più un valore

L’impoverimento del capitale umano – in un’epoca in cui il suo valore è sempre più alto e il suo effetto moltiplicatore decisivo – è una notizia che dovrebbe inquietarci. Tutti, dalle famiglie agli stati con maggiore consapevolezza, tendono a spendere di più per formarlo: ma se non è abbastanza, se non ha occasione di esercitarsi, e ancora di più se lo perdiamo, si tratta non solo di uno spreco, ma di un disinvestimento dal futuro.

I dati della Fondazione Nordest sul numero di laureati ci dicono precisamente questo, e sono la premessa di una catastrofe annunciata, di cui non pare ci sia sufficiente consapevolezza.

La percentuale di laureati sull’occupazione è molto bassa: il 17,1% in Lombardia, il 16,8 in Emilia, il 14,4 in Friuli, il 14,1 in Trentino e solo il 13,7 in Veneto – con un confronto impietoso rispetto ai paesi nostri concorrenti (la Francia ha 10 punti in più rispetto al Veneto, la Germania 7). Il differenziale, peraltro, inquieta ancora di più nelle posizioni di vertice: dove troviamo percentuali di laureati tra dirigenti e manager, oltre che tra gli imprenditori, notevolmente più basse che altrove. Ma mentre Emilia e altre regioni del nord attraggono se non altro laureati da altre regioni, il Veneto riesce addirittura a perderne, pur avendo una percentuale di laureati inferiore alla media nazionale.

C’è poi, naturalmente, il tema del confronto con gli altri paesi europei: che vede l’Italia fanalino di coda, e certamente non in linea con il suo essere la seconda manifattura europea dopo la Germania – con una percentuale di laureati che è di dodici punti inferiore a quella dei paesi dell’area euro, e inferiore di un terzo o più rispetto ai nostri diretti competitor. In compenso siamo ai vertici europei nel numero di espatriati in possesso di titolo di studio universitario, che cercano fortuna altrove: con la magra consolazione di trovare italiani ovunque, all’estero, si faccia alta formazione e ricerca – dottorati, dipartimenti universitari, laboratori e centri studi (segno che la loro formazione è buona: sono le occasioni di esercitarla che mancano. E, aggiungo, occasioni degne, con livelli salariali adeguati e forme di precariato con salari di sussistenza meno diffuse).

Perché accade? Molte ragioni sono note. Tra le principali, il drammatico de-finanziamento dell’università e della ricerca (che comincia peraltro già con la scuola) – investiamo la metà o giù di lì, rispetto a molti paesi comparabili al nostro. Un’economia non sufficientemente presente nei settori innovativi che presuppongono un alto investimento in conoscenze. La separazione stessa di formazione e ricerca: ovunque si tende a collegarle meglio, creando strutture di collegamento tra università e imprese, mentre da noi viaggiano spesso su canali separati (o addirittura, come accaduto nella provincia di Trento, si separano persino gli assessorati che se ne occupano). Il differenziale salariale spesso troppo basso, soprattutto a inizio carriera, tra laureati e non, che costituisce un disincentivo alla formazione. E altro ancora.

Ma forse c’è anche una ragione “di sistema” che non ha a che fare solo con l’economia, e con gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ha a che fare con la politica e la cultura: nazionale e locale. Una cultura diffusa che non valorizza l’impegno e lo studio, e una politica che non lo pratica e quindi non lo comprende. Lo vediamo nella polemica continua contro i detentori di un qualunque sapere (gli intellettuali, i “professoroni”: che ha trovato sponde molto diverse, da Renzi fino – a livelli inarrivabili – all’attuale ceto politico, ma che ha radici ancora più lontane). Lo vediamo, ancora di più, nei curricula dei politici a tutti i livelli (consiglieri regionali, parlamentari, ministri), che con una linea continua drammaticamente discendente raggiungono livelli di incompetenza sempre più abissali: e, quel che è peggio, vantati, rivendicati, persino ostentati. Irridendo i laureati come inutili “secchioni” inadatti al potere e alla politica (senza neanche la dignità dei “nerd” nella cultura anglosassone), mentre si cantano le virtù di presunte “università della vita”, che preludono a scelte che possono tranquillamente andare contro la logica di fastidiosi “numerini”, e più genericamente anti-scientifiche e anti-culturali. Ponendo le premesse per la promozione di un ceto politico di livello ulteriormente più basso sul piano delle conoscenze e delle competenze. Con le conseguenze strategiche, sul sistema paese, che possiamo immaginare.

I nuovi poteri: Se il sapere non è più un valore, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 17 novembre 2018, editoriale, p.1

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