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Usare le mani: il sapere dell’esperienza, la bellezza del fare

Lo diciamo spesso, a titolo di merito: l’Italia è la seconda manifattura europea, e il Nordest in essa ha un ruolo decisivo. Forse pensiamo meno a quello che letteralmente significa. Mani-fattura, manu-fatto: fatto a mano. Anche quando non lo è proprio del tutto, quando si tratta in realtà di un prodotto industriale, ma curato come fosse un pezzo unico. Sinonimo di qualità, di attenzione, di carattere, di personalità. Come quando, a proposito di calligrafia o di pittura, diciamo che si riconosce la mano dell’artista.

Le mani sono all’origine di una ricca serie di metafore, utili anche ai nostri fini, per parlare di industria e di economia. Anche adesso, infatti, nell’epoca dell’innovazione tecnologica e dell’industria 4.0, le espressioni sono rimaste le stesse. E non solo per le inerzie del linguaggio, ma perché risultano, appunto, espressive, significative. Del resto il lavoro, ogni lavoro, è fatto di mano d’opera, anche se non ce ne accorgiamo più quando lo scriviamo consecutivamente: manodopera.

Poniamo mano o mettiamo mano a un lavoro. Per farlo bene, occorre esercizio e sapienza: bisogna cioè farsi la mano. Sapere le cose significa avere le mani in pasta, un buon imprenditore o dirigente tiene in mano la situazione, il lavoratore ha quanto gli occorre sotto mano. Ci si sporcano le mani, nell’assunto che ogni lavoro lo presupponga. Calcare la mano, avere la mano leggera o pesante, denota due stili di agire diversi: e sappiamo quanto sia diverso, nel prendere le decisioni, avere le mani libere o legate. Ci rimaniamo male se restiamo a mani vuote o con un pugno di mosche in mano, mentre avere le mani bucate significa non essere capaci di gestire un patrimonio.

C’è un altro significato forte delle mani, che è relazionale. Gregory Bateson diceva che una mano non è composta da cinque dita, ma probabilmente da quattro sistemi di relazione tra dita, che poi in realtà sono ancora di più. Ed è questo che ne fa quel meraviglioso congegno che conosciamo. Prendiamo per mano, per accompagnare; ci teniamo per mano per maggiore sicurezza; ma anche tendiamo la mano, in un gesto di richiesta di aiuto, e diamo una mano per aiutare, per prestare man forte: tutto ci mostra questa fondamentale funzione relazionale. Del resto, quando ci fidiamo, siamo pronti a mettere la mano sul fuoco… In negativo, invece, diventiamo la lunga mano di qualcuno, allunghiamo le mani, mettiamo le mani addosso, meniamo le mani, o le sentiamo prudere dalla voglia di intervenire. Sono relazionali anche il desiderio di toccare con mano (come Tommaso nei confronti di Gesù) o al contrario costituisce rifiuto della relazione il lavarsene le mani, come Ponzio Pilato. Infine, ci diamo la mano, ci stringiamo la mano, per suggellare un patto, un’alleanza, un accordo di cooperazione, un contratto (commerciale o sindacale), una vendita o un acquisto, ma anche per sancire un’assunzione (non un licenziamento, di solito – non a caso: è finita la relazione).

Potremmo continuare. Ma è sufficiente per ricordarci che, anche per capire le cose, spesso il modo migliore è provare a farle con le proprie mani. Che lo studio astratto spesso non basta, e che occorre la sapienza dell’esperienza (anche i bimbi imparano così, dopo tutto: guardando, toccando con mano, annusando, inventandosi usi diversi di oggetti conosciuti…). L’innovazione anche tecnologica, la stessa industrializzazione, non ha cancellato il bisogno di sapere artigiano, di mani che fanno, combinano, sviluppano, inventano. Anzi, hanno offerto delle possibilità in più, attraverso i prodotti customized o taylor made: fatti su misura per le esigenze del cliente, dell’utente finale, del consumatore, sempre più personalizzati e individualizzati. Un patrimonio della manifattura che non la emargina, ma al contrario la spinge all’eccellenza sartoriale, per così dire.

Ecco perché è importante anche vedere e far vedere i processi di produzione: con l’alternanza scuola-lavoro, ma pure l’apertura delle aziende anche al cliente e al visitatore, per fargli vedere e gustare la bellezza del fare (come parte del patrimonio di un territorio, non diversamente da quello artistico e paesaggistico), e non solo il prodotto finito. Un po’ alla volta – a mano a mano – ci arriveremo. E impareremo a battere le mani anche per questo, di spettacolo.

Fallo con le tue mani: per comprendere non c’è modo migliore, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 12 novembre 2018, p. 3, rubrica “Le parole del Nordest”

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