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Elogio del meticciato

Ce lo dicono anche le leggi dell’evoluzione: le specie che sopravvivono meglio (e all’interno di esse gli individui che hanno più probabilità di sopravvivere e riprodursi con successo) sono quelle capaci di mutare, di svilupparsi al di fuori delle linee prescritte. E ciò avviene nell’incontro con ambienti diversi, mutate condizioni, ma soprattutto dalla capacità di apprendere da apporti esterni, e di integrarli, introiettarli, inglobarli, farli propri. Ciò che avviene eminentemente nell’incontro, nell’ascolto reciproco, nell’ibridazione, nel meticciato. Che non è solo la capacità mimetica, esteriore, pure importante, del camaleonte, che gli consente di sopravvivere in contesto ostile adattandosi all’ambiente in maniera innovativa: quello è solo un primo passo, ma è ancora una forma di conformismo. Mentre quello che fa fare i salti evolutivi maggiori è invece spesso un marcato “difformismo”, la capacità creativa di mischiare elementi diversi in una sintesi innovativa.

Non a caso si parla tanto, e sempre più, in questi anni, di intelligenza emotiva, di pensiero laterale, di scelte e politiche disrupting, di saperi trasversali, di contaminazioni cognitive, di innesti creativi, mettendo in evidenza, nella vita sociale come nel mondo del lavoro, nel pubblico come nel privato, l’importanza delle capacità di relazione, collaborazione e unione tra diversi.

Lo sappiamo dal mischiarsi delle razze nei corpi, attraverso la sessualità: uscendo da forme cristallizzate e stereotipate e producendo sfumature nuove, diverse, non di rado bellissime. Lo sappiamo dall’incontrarsi delle lingue: con forme di innovazione continua, ma anche la capacità propria di chi ne domina più di una, comprovata da glottologi e linguisti, di apprendere meglio e più rapidamente i vari universi di significato, attraversandoli, e arricchendosi. Lo sappiamo dal mischiarsi delle culture, delle etnie, delle nazionalità, delle religioni: non solo in astratto, concettualmente, ma anche nel concreto delle amicizie e delle coppie miste, producendo sintesi inaudite, o almeno in precedenza non date. Lo sappiamo dall’interesse che provocano tutte le forme di fusion, dalla cucina alla musica. Lo sappiamo dal confondersi dei generi letterari e dei saperi scientifici: non interessa più la categorizzazione, l’appartenenza disciplinare, ma si giudica il risultato. Quasi un ritorno dell’idea alta di cultura borghese: che presupponeva conoscenza e pratica di varie arti e capacità. O ancor più all’ideale classico e ancora medievale di sapere, che praticava la conoscenza delle arti liberali del trivio e del quadrivio, che includevano tanto le scienze esatte quanto le espressioni artistiche e le speculazioni religiose, tanto la razionalità quanto le emozioni, tanto l’educazione della mente quanto quella del corpo.

Lo vediamo oggi nella domanda sempre più frequente di incontro tra scienza e umanesimo religioso e laico, dal bisogno che hanno di parlarsi e di ascoltarsi reciprocamente. Lo vediamo nei meeting tra poeti e scienziati, negli incontri tra leader di religioni differenti, tra esponenti di diverse forme artistiche e capitani d’impresa, tra nerd ipertecnologizzati e maestri di manualità. Lo vediamo nei lavori sempre più ibridi: per settore, per competenze richieste, per modalità di retribuzione, per contaminazione di luoghi di lavoro e relazioni. Dopo anni di iperspecializzazione, di settorializzazione ossessiva, di insularizzazione tra uguali che praticano le stesse attività e ripetono tra loro le stesse poche opinioni condivise (cui hanno contribuito ampiamente anche i social network, con la loro logica dei like diventata algoritmo), ci si accorge che le competenze più necessarie sono quelle capaci di unire i frammenti, di collegare ciò che è separato, di conoscere e apprendere dall’altro, di mischiare le carte in maniera creativa. Nel segno di Hermes: dio degli incroci, degli attraversamenti, mentore dell’ermeneutica (e quindi della comprensione), messaggero degli dei e ponte tra la terra e gli inferi, tra la realtà e il mondo dei sogni.

Elogio del meticciato nel segno di Hermes, il dio degli incroci, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica “Le parole del Nordest”, p.3

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