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Strasburgo: la violenza, la paura, e quel significato che non si trova…

E’ difficile per chiunque – anche specializzato su questi temi – entrare nella mente di una persona come l’attentatore di Strasburgo. Ma non sembra di vedere dietro questo attacco grandi strategie, ancora meno un risveglio globale del terrorismo islamista. Si dà troppo credito alle sue espressioni, così facendo: anche se le reti di incontro, e prima ancora di indottrinamento, sono una realtà – più spesso come reti di supporto locale che non davvero collegate a un network globale centralizzato. Si tratta probabilmente di un delinquente radicalizzato come molti: uno che solo nel fanatismo religioso ha trovato una ragione e una parvenza di giustificazione a una vita sbandata, e che – ormai braccato (la polizia l’aveva cercato lo stesso giorno per arrestarlo) – ha probabilmente immaginato una qualche redenzione finale nell’attacco indiscriminato a degli infedeli presi a casaccio, mettendo in conto anche la morte, ma non prima di aver fatto pagare cara una vita irrisolta. Abbiamo la sensazione che sia così per molti, in situazioni diversissime: cambia il nome della bandiera (quando c’è), il nichilismo di fondo è lo stesso.

Immediatamente tuttavia questi eventi diventano fatti mediatici globali. Il nostro interesse intorno al terrorismo islamista (che purtroppo non è finito, e non finirà nemmeno con la fine dell’Isis), assopito da qualche mese di calma, si è improvvisamente e bruscamente risvegliato.

Molti, in Europa – musulmani e non – si chiedono il perché di quella che considerano una attenzione ossessiva per quella che nella freddezza astratta delle statistiche sarebbe solo una manciata di morti. Niente rispetto a quello che accade un giorno sì e uno pure in altre parti del mondo. Per opera dello stesso terrorismo, o di altre forme di violenza organizzata: etniche, tribali, operate dai narcotrafficanti o dai tanti signori della guerra locali, per il controllo delle ricchezze del sottosuolo di un qualche paese o per semplice smania di potere, o voglia di esercitarla, la violenza, per il piacere di farlo. Un qualcosa che fa ancora ordinariamente parte della vita di molti, altrove. Anche in occidente, una qualsiasi sparatoria in una scuola o in una chiesa negli USA fa più morti del terrorismo islamista recente in Europa: per non parlare delle mafie e della delinquenza organizzata. Ma chi fa queste domande sottovaluta la storia, naturalmente: inclusa quella breve del terrorismo islamista in occidente, che ha alle sue spalle la principale icona mediatica di inizio secolo – il crollo delle Torri Gemelle: quella sì clamorosa e devastante. Sottovalutano la nostra legittima paura, quando si viene di nuovo confrontati all’idea di morire per caso, d’improvviso, per mano di un qualcosa che credevamo appartenente al passato, e che invece ritorna nelle nostre strade: il fanatismo religioso.

Soprattutto, sottovalutano che quei morti sono i nostri morti, che c’è un effetto riverbero dovuto al fatto che nelle città globali, in un mondo cosmopolita, si troverà sempre qualcuno di “noi”, laggiù, vittima casuale di un destino efferato: perché studente o lavoratore e in ogni caso cittadino del mondo (naturalmente finché si tratta, appunto, delle città globali, soprattutto d’occidente: il resto del mondo rimane in un cono d’ombra permanente).  I nostri morti, come in passato Valeria Solesin, per i quali non ci resta che il ricordo. I nostri feriti, come Antonio Megalizzi (nato a Trento, laureato a Verona, colpito a Strasburgo da una pallottola), per i quali non ci rimane che la speranza di una preghiera. I nostri testimoni involontari, come Caterina Moser (di Trento) e Clara Rita Stevanato (veneta, seppure trapiantata a Parigi). Fino agli spettatori petulanti, malati di protagonismo, che pur lontani dalla realtà del dolore sgomitano per una dichiarazione o un tweet che parli di loro, e non di chi ha davvero subito una perdita o uno choc. Infine, sottovalutano le ricadute di tutto ciò – che sono ovunque, non solo dove questi fatti accadono: gli inevitabili controlli di sicurezza di luoghi simili a quelli attaccati, e il monitoraggio degli ambienti considerati sensibili alle stesse sirene. Una specie di effetto eco – inevitabile, e che risponde a una domanda della pubblica opinione – che avviene nelle cose, non solo nelle parole. E che ci coinvolge tutti. Nella pietà, nel dolore, nella paura, nella rabbia.

Quella paura di morire per caso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”, 14 dicembre 2018, editoriale, p.1

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