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Elogio della resilienza

Resilienza. Potrebbe essere questa la parola d’ordine da adottare per il 2019. Per il mondo produttivo del Nordest, per la sua economia. Ma più in generale per la società.

Stiamo per affrontare un anno difficile, per molti versi critico: sul piano politico, su quello economico. Persino gli scenari internazionali assumono tinte preoccupanti. Tra le altre cose, forse – con le elezioni di maggio – decideremo se essere ancora parte dell’Europa, e in che modo. Ma sappiamo già cosa vuol dire crisi. L’abbiamo imparato in altri momenti storici. Le nostre società, le nostre imprese, ne hanno già passate diverse: chi le ha superate – ma c’è anche una mortalità, un mondo degli sconfitti, di cui si parla troppo poco – lo ha fatto spesso rilanciando, adottando soluzioni innovative, con performance a volte invidiabili.

Non è peregrino dunque ragionare su questa qualità cruciale. Resilienza è parola dalla fortuna relativamente giovane. E, un po’, sta diventando di moda. Il concetto tuttavia è serio. Si tratta della capacità di resistere agli urti senza spezzarsi: una qualità dei materiali, dei metalli in particolare, che oggi viene sempre più applicata alla capacità di superare le crisi, da parte delle imprese, dei gruppi sociali, o degli individui. In psicologia è la capacità dell’individuo di superare un trauma – che i bambini hanno potentissima; in biologia la capacità – che hanno alcuni organismi – di autoripararsi dopo un danno, di ritornare allo stato iniziale, come le lucertole cui ricresce la coda; nel risk management è la capacità di modificare il proprio funzionamento in presenza di fattori perturbanti. La resilienza è diversa dalla resistenza – che è la capacità di stare saldo, di fronte a forze avverse. La resilienza ha bisogno di elasticità, e anche di fantasia. Non si accontenta della solidità della roccia: che resiste ma non si trasforma e non trasforma a sua volta. Resistenza presuppone l’opporsi: al nuovo, al destino, al temporale in arrivo. Resilienza presuppone una capacità trasformativa: rapida, intuitiva, innovativa anche. Non a caso l’etimologia di resistenza ci richiama allo stare (sottinteso: fermo), mentre quella di resilienza rimanda al saltare, o salire, al ritorno all’indietro (forse, anticamente, al risalire sulla barca capovolta dalle onde), a un movimento insomma. C’entra con la capacità di adattamento all’ambiente, e di rafforzarsi dopo una difficoltà. E di reagire prendendo in mano il proprio destino, non lasciarsi trasportare e mettere a terra dalle avversità, dai problemi, dalle crisi improvvise. Saper re-agire: che, appunto, non è solo il resistere, lo stare in piedi, rigidi, davanti al nemico.

Presuppone un atteggiamento psicologico positivo. Come in una nota canzone: “In every life we have some trouble / But when you worry you make it double / Don’t worry, be happy” (“In ogni vita abbiamo dei problemi / ma se ti preoccupi li raddoppi…”). Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà. Non l’autocolpevolizzazione, ma la capacità di accettare che ci sono variabili che non possiamo controllare, ma su cui possiamo agire. Non la stoica sopportazione individuale, ma la capacità di fare rete, di mettersi insieme, perché si è in grado di riconoscere nel mutuo aiuto un valore aggiunto indispensabile. Non il mondo come minaccia, ma semmai come sfida da accettare, anche per imparare a mettersi alla prova, e, pur caduti, rimettersi in piedi con sempre maggiore efficacia e rapidità: prima della fine della conta, e senza rassegnarsi al ko, per dirla in termini pugilistici.

Presuppone motivazione, naturalmente: e fiducia nelle proprie capacità, nei propri asset, e una certa capacità combinatoria dei medesimi. Nessuna pretesa di essere diversi da quello che si è, nessuna ricerca di immagine. In questo senso, è un atteggiamento mentale che contrasta con le spinte – potenti, e inculcateci fin da bambini – a farci vedere diversi e migliori rispetto a quello che siamo. In netta controtendenza, quindi, anche con decenni di enfasi sul valore dell’immagine, rispetto alla sostanza. La resilienza non è un prodotto di marketing: e, forse, è proprio il suo opposto strutturale – una qualità profonda, una categoria dello spirito.

Elogio della resilienza, potente e profonda categoria dello spirito, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3

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