stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Manifesto per una nuova opposizione

MANIFESTO PER UNA NUOVA OPPOSIZIONE

Una proposta

Il consenso per il governo

Il governo costituito dalla alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle sembra godere, per ora, di un ampio consenso popolare: lo attestano i sondaggi, e l’aria che si respira nel Paese.

A dispetto di tutto – errori marchiani, voltafaccia repentini, conflittualità interna che non ha nulla da invidiare ai governi della prima e della seconda repubblica – e della stessa caratteristica costitutiva di un “contratto” che non era stato proposto al Paese né votato alle elezioni, come del resto non lo era l’alleanza che lo ha generato, il governo a trazione gialloverde sembra intercettare il gradimento di una parte crescente  e comunque maggioritaria del paese.

Indicativo è poi l’andamento del consenso per i partiti che lo compongono. L’eventuale calo – comunque ancora relativamente modesto, per ora – del consenso al M5S, come evidenziano i sondaggi, è più che compensato dalla grande crescita di consensi che sta premiando la Lega e ancor più il suo leader. Difficilmente quindi questo porterà a una scomposizione dell’alleanza e a una sua ricomposizione. Che comunque, nel caso, non potrebbe che avvenire con un ritorno del centro-destra (con l’apporto eventuale di qualche “responsabile” acquistato per via dalle file del M5S), solo a parti invertite rispetto al passato: a trazione ed inevitabile egemonia leghista.

Un’ideologia da capire e a cui rispondere

In entrambi gli scenari, chi non si identifica con l’attuale governo ha poco da gioire o da sperare di guadagnarci qualche cosa. Lo sconcertante mix di arroganza e incompetenza, di totale ignoranza delle basi storiche della democrazia e di sostanziale disprezzo per la cultura, che questo governo ci propone in molte forme, sembra comunque piacere a una parte significativa e soprattutto crescente di elettorato, che evidentemente interpreta e rappresenta meglio di chiunque altro. Ed è con questo che bisogna fare i conti. Non solo tenendo in mano la matita rossa per evidenziare gli errori e gli orrori cui stiamo assistendo (una tentazione anche troppo diffusa, e spesso indirizzata ad obiettivi minori e sbagliati, dalle gaffe ai congiuntivi: e, così manifestata, supponente, paternalista, e ulteriormente perdente), ma con l’antenna ben sintonizzata per l’ascolto da parte di chi deve ancora capire cosa sta succedendo nel Paese, perché sta succedendo, e dove lo si sta portando. Avendo bene in testa che il problema principale non è quello della impreparazione e delle manchevolezze costitutive di questo governo e di questo ceto politico (che potranno in buona misura essere recuperate con l’esperienza) ma, molto più seriamente, le sue scelte di fondo, e quella che dobbiamo cominciare a chiamare la sua ideologia. Che, dai temi dei diritti a quelli dell’economia, dalle scelte e le alleanze di politica internazionale ai fondamentali e alla idea stessa di democrazia, sembra portarci in direzioni molto diverse se non opposte da quelle del passato (dal suo punto di vista, a giusto titolo, trattandosi di un autonominato “governo del cambiamento”), con modalità che, tuttavia, per certi aspetti non temeremmo di qualificare come eversive, e senza che nel Paese sia avvenuta una ampia discussione pubblica su tutte queste scelte. Il Paese – e l’opposizione stessa – sembra anzi gravemente inconsapevole della profondità e delle implicazioni del cambiamento in atto.

Di questo ampio consenso occorre cominciare dunque a prendere atto, interrogarsi profondamente sulle sue motivazioni, e cominciare a rispondere alle sue politiche, preparando una alternativa credibile.

Costruire una nuova opposizione

Tutto questo sembra invece non accadere. L’opposizione è – con la parziale eccezione dell’attività parlamentare, ma senza alcuna capacità di parlare al Paese – completamente silente, incapace persino di cogliere le implicazioni e l’ampiezza del cambiamento in atto, e ancora di più di rispondere ad esso con un minimo di efficacia, riuscendo a proporre e a far intravedere all’elettorato una qualsiasi idea di alternativa per il Paese. Quando va male, il grosso della sua attività – con una prassi comunicativamente, oltre che politicamente, suicida – consiste nel rilanciare le parole d’ordine del governo, accompagnandole con un commento negativo o se va bene una critica specifica. Quando va meglio, si tratta di contestazioni puntuali – nel merito – di questo o quel provvedimento. Ma senza capacità di elaborare, e ancora meno di trasmettere, alcuna propria idea di società da contrapporre a quella proposta dal governo, o dalle sue due componenti costitutive. Per certi versi, c’è più opposizione nella società che nei partiti di opposizione: e comincia a usare le stesse strategie dei partiti, dalle raccolte di firme alle riunioni alle manifestazioni di piazza.

Se l’opposizione attuale non funziona, e non svolge il suo fondamentale ruolo di garanzia e di preparazione dell’alternanza, entrambi cruciali in un regime democratico, occorre dunque costruirne una nuova, diversa, dotata di criteri guida di interpretazione della società, di una prospettiva politica praticabile da proporre, e capace infine di far sentire la propria voce in maniera efficace.

La (non) opposizione di destra

C’è, è vero, anche un’opposizione di e da destra: che tuttavia non fa opposizione al governo, ma solo a una sua parte, il M5S. Essa è infatti essenzialmente motivata dal desiderio di tornare al governo, accettando comunque la guida e l’egemonia leghista: che pare assai lontana tanto dall’anima conservatrice che da quella liberale delle destre europee. Solo una destra di testimonianza, assolutamente minoritaria nel Paese e in parlamento, è critica anche verso la novità sovranista, apertamente illiberale, rappresentata dall’attuale Lega. Così come sostanzialmente inesistente nel dibattito pubblico è quella parte di opinione che rappresenta l’autentica vocazione autonomista una volta rappresentata dalla Lega (che non è mai stata appannaggio solo di essa, peraltro, e ha avuto in passato un’ampia componente progressista) e che oggi vede completamente rimosse le sue ragioni, che pure sono state determinanti per portare buona parte del ceto politico leghista in parlamento. Anche in questo ambito, si fa finta di plaudere a rinvii e finte promesse senza conseguenze reali.

Non è dunque da questo mondo che ci si può aspettare una alternativa di sostanza all’attuale governo. E neanche una alternativa di pensiero, di visione.

Il declino del PD

Il principale attore dell’opposizione è – dovrebbe essere – il Partito Democratico. Ed è anche quello palesemente più in crisi: di senso, e di rappresentanza, prima ancora che di proposta. Il non aver voluto nemmeno tentare di creare un governo ombra, che rispondesse con efficacia e visibilità alle azioni del governo, è uno dei segni che ne mostra la debolezza, forse l’inesistenza, in termini di proposta politica.

Ma, più gravemente, il PD sembra rappresentare un partito giunto alla fine del suo ciclo. Un partito forse veramente mai nato, frutto di una coraggiosa intuizione – quella di riunire in una casa comune le due principali fonti del riformismo della stagione matura della democrazia italiana (quello cattolico popolare e quello post-comunista, all’ingrosso) – mai veramente praticata: e in cui buona parte del suo ceto dirigente non ha mai seriamente creduto, ma su cui ha solo tatticamente scommesso, salvaguardando ciascuno le sue posizioni. Tanto che i nativi democratici (quelli che credevano nel progetto e nei suoi sviluppi futuri più che identificarsi nelle radici passate) sono stati i primi a disilludersi e ad andarsene, e non sono mai veramente stati dominanti – culturalmente e nell’apparato (anche per limiti propri) – nemmeno nella stagione renziana, che più ha voluto caratterizzarsi nella discontinuità rispetto al passato. E oggi sembra impossibile recuperare.

Forse possiamo spiegarla così. I marchi, anche in politica, hanno una loro reputazione, magari non sempre razionalmente spiegabile. E così come inspiegabilmente (talvolta) hanno un successo travolgente e inimmaginabile, così, in un batter d’occhio, e persino al di là di qualsiasi ragione, merito o demerito, possono perderla. Al punto che riproporli così come sono rischia di essere un’operazione in perdita, controproducente. Oggi il marchio Partito Democratico, così com’è, non è più in grado di coinvolgere un elettorato dimensionalmente significativo (ricordiamo la vocazione maggioritaria?) in un progetto di trasformazione radicale, un’idea di futuro: può rimanere importante come ambito di appartenenza e legame con un passato più o meno glorioso, per una fetta di elettorato che non trova di meglio per rappresentarlo, ma comunque in calo tendenziale, anche per motivi anagrafici. Siamo in uno di quei momenti storici in cui delle cose finiscono: magari senza ragione, ma inesorabilmente si consumano. Come accade agli amori incapaci di ritrovare le ragioni della propria esistenza.

Non è nemmeno più questione di leader. Chiunque sia il prossimo segretario, a vendere più o meno lo stesso prodotto, o un prodotto appena diverso con la medesima etichetta, non cambierà quasi nulla: è il brand che ha di fronte un destino che appare declinante. Da qui l’irrilevanza assoluta delle primarie in corso, non a caso completamente ignorate anche dalla parte di opinione pubblica che pure in passato ha sostenuto il PD con il suo voto. Nessuno pensa davvero che dalla scelta di questo o quel dirigente ci si possa aspettare la scelta di strade drasticamente alternative tra loro. E infatti non c’è attesa, né suspense, nemmeno da parte di ambienti tradizionalmente vicini al PD: il tutto avviene in un clima di educato disinteresse, in cui si registrano stancamente e senza passione i posizionamenti personali di questo o quel dirigente, per lo più senza base al seguito. Da qui, a maggior ragione, la sensazione di totale inutilità dello schierarsi con l’una o l’altra cordata, quasi indistinguibili nel disegno, e peraltro assai poco attrattive nelle personalità che le guidano, purtroppo prive di carisma e soprattutto incapaci di parlare al di fuori del recinto di partito. Detto più esplicitamente e più duramente: al Paese – diversamente da un passato anche recente – delle primarie del PD non interessa alcunché. E nemmeno agli elettori del PD. Non può dunque destare sorpresa, né scandalo, il constatare come molte forze riformiste del Paese, in passato anche vicine (o addirittura ancora interne) al PD, non si sentano da esso più rappresentate, e comincino a guardare e cercare altrove.

Per quella parte del Paese (diciamo, genericamente, moderata ma non conservatrice) che non è mai stata rappresentata dal PD, o vi si è avvicinata solo all’inizio della stagione renziana (quella del mai più raggiunto 40% alle elezioni europee), questa ricerca è un’ovvia conseguenza della sua collocazione, che nel tempo è stata caratterizzata anche dalla crisi e progressiva irrilevanza di altri soggetti politici, da Forza Italia ad altre sigle centriste o liberali (Scelta Civica di Monti e altre). Ma la cosa riguarda anche una parte del PD stesso. Oggi lo possiamo dire: se per dieci anni le ragioni dello stare insieme tra culture diverse non hanno potuto, saputo o voluto prevalere, e non si è stati in grado di produrre una sintesi politica innovativa, è il caso di prenderne atto. Nessun matrimonio può reggere tanto a lungo in condizioni simili senza portare a un logoramento progressivo e a un’infertilità sostanziale. Seppur dolorosa, la perdita di alcune sue componenti, se non la separazione delle sue diverse anime – proprio perché non hanno saputo trasformarsi e amalgamarsi, e sono rimaste aggrappate a vecchie logiche, anche personalistiche e di appartenenza, ormai definitivamente tramontate – costituisce oggi il male minore. E forse perfino un’opportunità. Anche per il PD.

Mettiamola così. Chi se la sente, pensa ci sia ancora qualcosa da salvare e le condizioni per farlo, e ha contenuti da proporre, è giusto che lavori per salvaguardare e se possibile cambiare il PD. E chi non se la sente (più), perché si accorge che non ci sono le condizioni per rinnovare e rifondare il partito dall’interno, e ha qualcosa da proporre con altri e in altro modo, è giusto che lavori per la creazione di un nuovo soggetto politico: anche se ha fatto e fa parte (finora) del PD. Nella prospettiva di un lavoro su un progetto riformista comune.

La sinistra a sinistra del PD

Quando parliamo di nuovo soggetto politico non ci riferiamo certo a una possibile riunificazione con la cosiddetta sinistra a sinistra del PD, per la quale – nel suo pezzo rimasto nel PD – permane una inutile e antistorica nostalgia di riunione. Su di essa basta un accenno. La sua inconsistenza politica, prima ancora dell’irrilevanza elettorale, l’ha ormai manifestata nei suoi tentativi passati e recenti di ricompattarsi in nuovi soggetti politici che non hanno mai oltrepassato la forma del cartello elettorale, e mai peraltro premiati da alcun successo in termini di voti. Intercetta fasce marginali di consenso nel Paese, sia in uscita che in un eventuale re-ingresso. I personalismi ossessivi che attraversano tuttora quest’area, accompagnati da illusioni carismatiche da parte di leader che di carisma sono privi, le divisioni ideologiche insuperabili quanto inconcludenti, oggi persino le sue tentazioni sovraniste e populiste che cercano di cavalcare da sinistra – senza alcun successo – gli argomenti che cavalcano assai meglio i partiti di governo, rendono quest’area (intesa come galassia di micro-partiti), al momento, inutilizzabile ai fini di un disegno riformista, che peraltro avverserebbe. Inutile quindi corteggiarla e blandirla, dato che poi – di fronte a eventuali prospettive di riunificazione con altri – conterebbe più dirigenti da sistemare che militanti disposti a spendersi per una causa che non condividerebbero.

Ci sono buone energie di impegno, in quest’area, elaborazioni interessanti e originali, e una riserva di valori da rispettare e se possibile coinvolgere. Occorre relazionarsi con queste, senza pensare ad un raccolto direttamente elettorale, o a qualsiasi prospettiva di irrilevante riunificazione di sigle, o di ritorno a casa di dirigenti, che rischierebbe di essere controproducente. Semmai, è utile che quest’area continui a coltivare la propria autonomia di pensiero, cercando forme più efficaci di elaborazione, rappresentanza ed azione, che continuino a coltivare una opzione riformista radicale.

Oltre il recinto

Che cosa si può fare, allora? Un modo sarebbe quello di andare oltre il recinto delle appartenenze. Se non vuole darsi per finito, il Partito Democratico deve aprirsi – al di fuori di se stesso, e dunque anche della propria sigla – ai ceti produttivi, ai delusi delle stagioni precedenti (inclusa l’ultima stagione che si è caratterizzata, con le sue luci e le sue ombre, come riformista, quella renziana), all’area che ha abbandonato l’impegno e persino il voto. Non con una sommatoria politicista di sigle già esistenti, spesso peraltro irrilevanti, ma in un qualcosa del tutto nuovo, anche come genesi, in cui le sigle antiche – incluso il PD stesso – possano sciogliersi con dignità (o rimanere come componente, tra tante), senza recriminazioni o processi o accuse, ma anche senza più alcuna pretesa di egemonia culturale, di guida, e tanto meno di scelta di dirigenti e rappresentanti (troppe facce del passato – persino incolpevoli – sono oramai inguardabili e i loro nomi impronunciabili, e dunque invotabili). E’ ciò che molti hanno evocato in modi diversi, parlando di Fronte repubblicano, democratico, di alleanza progressista o riformista. E molti oggi rilevano la necessità di fornire uno strumento politico a chi non si sente rappresentato (ed è anche con buone ragioni spaventato) dalla prospettiva offerta dal governo gialloverde, e già oggi ha cominciato ad impegnarsi, a riunirsi, e persino ad andare in piazza, al posto e senza l’accompagnamento dei partiti. Una proposta – questa di andare oltre il recinto del PD – che dovrebbe vedere al proprio interno un rinnovamento radicale di personale politico e di rappresentanza elettorale, che intercetti le novità emerse nella società: tante personalità nuove, quindi, a rappresentare professioni, categorie, tendenze, modi di sentire, culture, diversità, capaci di intestarsi la rivoluzione culturale dell’ascolto e della competenza, ma anche del lavorare insieme, che l’attuale ceto dirigente del PD ha già mostrato ampiamente di essere incapace di produrre (le continue tensioni e il fuoco amico del periodo in cui il PD era al governo ne sono una plastica testimonianza).

Questa consapevolezza tuttavia pare non interessare la grande maggioranza del ceto politico del PD (interessa, e molto, militanti, sostenitori ed elettori: ma chi li ascolta?). Il fatto stesso che le primarie per la scelta del leader siano state indette a marzo sembra fatto apposta per rendere impossibile la nascita di questo tipo di aggregazione in vista delle elezioni europee, non foss’altro che per impossibilità temporale. Al massimo, chiunque vinca le primarie, ci si potrà aspettare qualche candidatura di bandiera, nelle liste del PD, di qualche personalità di rilievo, alla stregua degli “indipendenti di sinistra” del passato, peraltro senza alcuna garanzia di elezione, perché un partito balcanizzato in gruppi dirigenti contrapposti si muoverà comunque per eleggere i suoi rappresentanti, tanto più oggi che gli aspiranti sono sempre lo stesso numero, ma i posti disponibili in calo, e il bisogno di posizionarsi nelle rispettive subculture di riferimento riemerge in maniera prepotente.

La sensazione, dunque, è che anche gli attuali candidati alla segreteria del PD – tutti – preferiscano governare su un partito in calo percentuale che diventare parte (che è diverso dal mettersi alla testa) di un disegno di rappresentanza potenzialmente più ampio. Si preferisce presidiare un territorio elettorale attualmente del 18% (ma forse del 15, domani del 12, e poi chissà…) che aspirare ad essere componente, senza possibilità di controllo, di un territorio più ampio, e in potenziale sviluppo. E, in questo momento storico, questo si chiama miopia e mancanza di visione: ed evoca una leadership non all’altezza del proprio ruolo. Non si capisce che non c’è alcuna prospettiva realistica di allargare significativamente il recinto del PD in quanto tale, e che bisognerebbe invece uscirne fuori, per costruire un recinto più largo. Ecco perché, a questo punto, anche questo scenario, pur ragionevole, rischia di non essere più percorribile. E quindi è forse da immaginare e auspicare una ricomposizione del quadro politico attuale.

Scomporre per ricomporre

Il PD dovrà risolvere i suoi problemi, se ci riuscirà, trovandosi un leader e una maggioranza interna, capace almeno di presidiare l’eredità di elettorato che gli è rimasta, e che è una risorsa importante per qualsiasi disegno riformista in questo Paese. A questo processo bisogna guardare con rispetto, ma anche con realismo: prendendo atto che, in prospettiva, il PD diventerà solo una componente (e non necessariamente la principale: questo lo decideranno le urne) dell’opposizione progressista. E’ utile invece – tanto più, oggi, in un quadro proporzionale, che renderebbe questa ipotesi anche elettoralmente conveniente: due o più partiti raccoglierebbero più di quanto potrebbe raccogliere uno solo – che si realizzi una nuova formazione: liberale, riformista, aperta, innovatrice, sostenuta da culture sociali solide (quella cattolica, ma anche le culture laiche che si incrociano sul terreno di un riformismo non escludente) e che non abbia paura delle competenze (di cui hanno invece paura le attuali forze politiche, di governo e di opposizione) e anzi le rivendichi, le proponga e le usi.

Ci pare che nella società i fermenti, e il desiderio di organizzarli e di aiutarli a trovare una rappresentanza, non manchino. Le insofferenze del mondo cattolico, anche organizzato (uno dei pochi mondi culturali e sociali che mantiene una riserva di valori saldamente ancorati a un quadro democratico e capaci di proposte praticabili, oltre che capace di fare quel lavoro pre-politico che altri soggetti non fanno più), ci paiono testimoniarlo con chiarezza. Così come le tensioni e la ricerca di orientamento e di rappresentanza del mondo del lavoro, delle professioni, dei ceti produttivi, di tutti coloro che producono la ricchezza su cui il Paese si sostiene. Così come le insofferenze del mondo del volontariato e del terzo settore, che vede colpite le sue stesse ragioni d’essere valoriali. Così come i corpi intermedi che cercano di mantenere coesione e capacità di risposta e di proposta in un panorama di disintermediazione distruttiva. Per finire con un mondo della cultura, dell’istruzione e della ricerca, dell’innovazione, oggi incompreso, umiliato e marginalizzato. E senza dimenticare un pezzo di ceto politico-amministrativo impegnato a salvare il salvabile, a cercare di tenere in piedi il tessuto sociale, a cercare occasioni di riscatto per i propri territori, di varia provenienza – incluso dello stesso PD: iscritti, amministratori locali, e anche dirigenti, amareggiati e delusi dai propri stessi rappresentanti e dallo spettacolo che il partito sta dando con questo congresso, e convinti che sia ormai una battaglia persa cercare di cambiarlo dall’interno.

Questa potrebbe e dovrebbe essere una prospettiva capace di unire costruttivamente – pensando agli elettorati, non all’attuale ceto degli eletti – molte forze sociali e riserve di impegno oggi in cerca di rappresentanza: elettori liberali, cattolici, progressisti, delusi di tentativi e partiti esistenti (dal PD a FI a molto elettorato che localmente si impegna in un civismo vivace e in un associazionismo valoriale che non trova rispondenza a livello partitico) e cercatori di nuovi orizzonti di senso. Che già alle elezioni europee (il loro orizzonte anche valoriale ideale, perché l’Europa vorrebbero difenderla e rafforzarla riformandola, non distruggerla per chiudersi in un isolamento illusoriamente sovranista che sarebbe devastante) potrebbero trovare una cornice di senso e un mezzo per far sentire la propria voce. Questa è una responsabilità che non può non essere assunta da chi ha a cuore la costruzione di una alternativa democratica per questo Paese. Non il partito dei cattolici e nemmeno degli imprenditori o della società civile, men che meno i partiti personalistici dell’uno o dell’altro dirigente di partito insoddisfatto, ma il cantiere di una casa riformista che possa offrire agli italiani che non si identificano con questo governo e questa maggioranza (e nemmeno con l’attuale opposizione) la prospettiva di una casa comune ospitale e vivibile per tutti.

C’è un lavoro pre-politico, valoriale, culturale e sociale, da fare, prima di ogni altra cosa. Bisogna cominciare a prepararsi.

Qualcuno questo lavoro di (ri-)costruzione lo farà nel PD. Qualcun altro, stanco di aspettare lo scioglimento dei suoi nodi interni, lo farà al di fuori di esso. E’ importante che l’uno non demonizzi l’altro, e insieme convergano nella direzione della costruzione di una nuova opposizione, di cui il Paese ha bisogno, e che insieme possono provare a costruire. In una logica non di reciproca alternativa, ma di mutuo supporto. A queste condizioni, a guadagnarci sarà tutta l’area di pensiero, culturale prima ancora che politica, che non si riconosce nell’attuale governo. E che, insieme, possono contribuire a delineare e rifondare su basi nuove.

La traversata nel deserto sarà lunga. Il governo, a dispetto di tutto, potrebbe durare ed avere il tempo di solidificare il suo radicamento nel Paese. E’ bene che questo tempo l’opposizione al governo che sta nel Paese lo usi per ripensare se stessa: le fondamenta su cui ricostruire (i suoi valori), le pietre con cui farlo (i mezzi, gli strumenti, e dunque le forme e le forze politiche), gli orizzonti verso cui guardare (le prospettive di ampio respiro: quale Europa, quale giustizia sociale, quale democrazia…). Come tutte le traversate del deserto, anche questa può e deve essere tempo di preparazione. Per costruire una nuova visione e dare ai propri obiettivi una prospettiva concreta.

Stefano Allievi

Leave a Comment