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Sindaci, governo e immigrati: la vera sfida

Da una parte, il governo: che vede contestata una delle principali vittorie simboliche della sua componente leghista – il decreto sicurezza. Dall’altra, i comuni: Trento e Rovereto (ma anche diversi centri minori che ospitano richiedenti asilo), così come Bologna: “con la non violenza e il rispetto della legge”, come ha detto il sindaco Merola. Ma anche, in maniera più bellicosa – sui fondamenti stessi di costituzionalità del decreto e invitando alla disobbedienza civile sulla questione dell’iscrizione all’anagrafe degli immigrati – Palermo (e dubbi hanno sollevato a vario titolo anche i sindaci di Napoli, Firenze, Parma, Milano, Pescara e altre ancora). Gli osservatori guardano soprattutto all’ultima, di sfida, che è politica e ideologica. Ma per molti versi è più insidiosa la prima: proprio perché pragmatica, e di buon senso – una cosa su cui si possono identificare anche molti cittadini, al di là delle differenze politiche.

L’oggetto del contendere in questo caso sono i tagli agli investimenti sull’integrazione degli immigrati: che andranno a colpire le attività di insegnamento dell’italiano, di conoscenza della cultura, di orientamento al lavoro e formazione professionale (ma anche assistenza medica e psicologica, e altro ancora): precisamente tutto ciò che costituisce l’abc dei processi di integrazione. All’inizio hanno protestato soprattutto le associazioni che gestiscono i centri di accoglienza. Ora, appunto, è la volta dei comuni.

Il ministro dell’interno leghista, con questi provvedimenti, va in piena contraddizione sia con il titolo stesso e gli obiettivi dichiarati dal decreto (la sicurezza), sia con l’autonomia di cui il suo partito è stato – in passato assai più di oggi – l’alfiere. I comuni ritengono che tagliare i progetti di integrazione degli immigrati produca più insicurezza: è un assioma, infatti, per chi si occupa di immigrazione, che è precisamente l’integrazione che produce più sicurezza, perché genera meno occasioni di devianza e sviluppa potenzialità di inclusione e forme di legame sociale. E a dirlo sono i sindaci: che il prezzo della mancata integrazione (la maggiore insicurezza di tutti) lo pagano davvero e per primi, nelle loro città. Così come pagano la concretissima perdita di posti di lavoro (di italiani) coinvolti nelle attività di integrazione.

Ci sono anche altri paradossi, in questo schema. Il primo l’abbiamo appena notato: la forza politica che più di tutte ha propugnato più autonomia, di fatto oggi la inibisce a livello locale. Ma, per reazione, finisce per produrla: i sindaci si assumono responsabilità addirittura in contrasto con il governo. Che risponde, come ha fatto il ministro dell’interno Salvini, col più tipico, vieto e odioso dei ricatti centralisti: quello dei soldi.

Ma forse c’è anche dell’altro. Mentre a livello nazionale, alimentare i conflitti e puntare sulla logica del capro espiatorio, produce consenso, e flussi comunicativi incessanti (tweet, post, ecc.), a livello locale, seguendo la stessa logica, le elezioni si possono anche perdere. Se in città le cose non funzionano, è meno scontato prendersela solo con il capro espiatorio individuato, che peraltro non è più un’astrazione ma ha il volto concreto e talvolta familiare di persone che si incontrano tutti i giorni: e si rischia di prendersela invece con chi governa, perché non è capace di gestire la situazione, quale che sia il colore della giunta. Alla fine si guarda se le cose funzionano o no.

E poi c’è, dirimente, la differente visione del futuro, di ciò che deve essere la comunità locale: se luogo del conflitto permanente o, al contrario, luogo della composizione e della risoluzione dei conflitti. Chi punta al successo elettorale immediato il conflitto lo evoca e lo alimenta: chi deve fare la fatica di governare giorno per giorno nella concretezza del locale, ne farebbe volentieri a meno. Perché i conflitti sono onerosi – politicamente, socialmente, culturalmente, e pure economicamente – e non c’è alcun interesse a protrarli nel tempo. Alla lunga ci perdono tutti.

Migranti e governo. I tagli che ci rendono insicuri, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 4 gennaio 2019, editoriale, p.1

Una risposta a Sindaci, governo e immigrati: la vera sfida

  • Maurizio Angelini scrive:

    Ecco l’idea che ha Salvini dei richiedenti asilo: nonostante i nostri tentativi di fermarli o trasferirli in Libia, purtroppo arrivano. E allora stiano nei Centri di Accoglienza, il più stipati possibile, con solo vitto e alloggio, senza imparare nulla, senza chiedere nulla, senza dare nulla, senza. fare nulla. Con noi non si debbono mescolare, salvo il 5-6 per cento a cui concediamo graziosamente la qualifica di profugo. Una prospettiva irrealistica e crudele, che genera ingiusizia e tensioni.

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