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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Da regolare a clandestino. Per niente.

Soumaila è un richiedente asilo. Era passato per il progetto “Cultura e accoglienza” dell’Università di Padova, per imparare l’italiano. Aveva trovato un lavoro regolare, e – con fatica, e qualche aiuto, perché si affitta malvolentieri agli stranieri – una casa. Adesso è un clandestino. Due anni di accoglienza, di impegno (suo e di altri), di soldi, buttati via. E, come lui, tanti altri. L’Italia non ci guadagna niente: un lavoratore regolare, che si integra e paga le tasse, in meno, e un irregolare in più. Lui, ha perso tutto.

La domanda è inevitabile: che senso ha tutto questo?

Di seguito, la storia, raccontata da una ragazza italiana, Linda Zinesi, che l’ha conosciuto.

Era l’inizio di aprile del 2017 quando io e Soumaila organizzammo il nostro primo appuntamento. Avevo aderito ad una iniziativa proposta dall’Università di Padova che consisteva nell’offrire aiuto, o meglio “tutoraggio” (nell’apprendimento della lingua, nel conoscere la città, nel processo di integrazione), a giovani ragazze e ragazzi richiedenti asilo, da poco arrivati nella nostra città. Soumaila mi si presentò come un bel giovane, pieno di energie. Disse di avere 28 anni, anche se a guardarlo aveva la freschezza di un appena ventenne. Bevemmo un caffè all’aperto, mentre lui mi raccontava –parlando un italiano stanco, eppure già molto comprensibile considerato il poco tempo trascorso in Italia- la sua storia, dalla partenza dal suo Paese natale, la Costa d’Avorio, fino allo sbarco a Napoli su un peschereccio di marinai filippini giunti, al largo del Mediterraneo, in soccorso del barcone su cui Soumaila ed un altro centinaio di profughi erano salpati dalla Libia. Poi il viaggio in autobus fino a Padova, città alla quale era stato destinato. Era inverno, Soumaila aveva a mala pena delle scarpe, che gli erano state date da alcuni volontari a Napoli, e neanche una giacca a ripararlo dal freddo. Arrivarono in questura, gli agenti presero le loro impronte e consegnarono loro i moduli C3 da compilare per la richiesta d’asilo. Poi furono distribuiti tra i vari centri di accoglienza. In sei, tra cui Soumaila, furono abbandonati per strada, perché per loro non c’era più posto. Fermare la gente del luogo per chiedere aiuto portò solo a continui rifiuti. I sei, stremati dalla fame e dal freddo, soggiogati da orribili tracce –ricordi, ferite, immagini imponenti, perdite- che si portavano dentro da anni, da molto prima dell’inizio del tragico viaggio, non seppero più che fare. Finalmente, verso sera, una donna africana integrata in Italia e dedita ad attività umanitarie, vedendoli soli per strada, fece il numero della Croce Rossa. Soumaila esortò i volontari a portarli con sé, nella loro sede; chiese loro, in francese, di ospitarli lì, almeno provvisoriamente, intanto che avrebbero trovato qualcosa. Mesi dopo, al mio incontro con Soumaila, appresi che la Croce Rossa di Padova era, da quel giorno, diventata un centro di accoglienza per richiedenti asilo e che dai sei ragazzi trasportati in ambulanza, gli immigrati accolti divennero venti, trenta, quaranta. Soumaila mi disse che viveva ancora lì, collaborava ai turni di pulizia e cucina, frequentava il corso di italiano e, con suo grande entusiasmo, era stato selezionato tra uno dei richiedenti meritevoli di intraprendere uno stage in un’azienda; infine, era stato indirizzato al progetto “Cultura e Accoglienza” dell’università, in seno al quale stava allora nascendo la nostra amicizia. Gli occhi di Soumaila erano profondi e sofferenti, le sue parole fiamme brucianti. Quando mi raccontò delle atrocità subite in Libia, tra cui la morte del padre avvenuta davanti ai suoi occhi, mi accorsi che la mia testa pulsava. Come Soumaila riuscisse, e riesca tuttora, a contenere –come un vulcano quiescente- tutte quelle devastanti esperienze, è un interrogativo che ancora mi pongo.

I nostri incontri proseguirono con grande interesse, animati da una reciproca gratitudine. Nel frattempo Soumaila ebbe la sua prima udienza presso la Commissione Territoriale di Padova per il riconoscimento della protezione internazionale, seguìto da un avvocato patrocinato dallo Stato. L’esito della domanda fu, come nel 99% dei casi di richieste di asilo avanzate nella provincia, negativo. Soumaila e l’avvocato impugnarono il ricorso e la domanda fu inoltrata alla Corte d’Appello. Nei mesi successivi, Soumaila fu assunto full-time dall’azienda per la quale aveva svolto lo stage e, avendo ottenuto uno stipendio autonomo, dovette lasciare la Croce Rossa e trovarsi una casa. Soumaila mi telefonò un pomeriggio d’estate per chiedere di essere aiutato: inizialmente non capii la sua voce preoccupata, ritenevo che non sarebbe stato difficile trovare una sistemazione. Invece, feci l’umiliante quanto importante scoperta del significato di sentirsi alienati. Una lunga serie di agenti immobiliari ci riaccompagnò alla porta con un secco: “Non abbiamo nulla in ‘sto periodo, mi dispiace”. Sentivo l’incomprensione verso Soumaila e l’incapacità di queste persone di riconoscerlo come una persona, banalmente diversa e profondamente uguale a loro, riversarsi su di me, inevitabilmente facendomi sentire alienata insieme al mio prezioso amico. Perché mai non lo vedono come una persona? –mi chiedevo incessantemente, a mano a mano che i giorni passavano e la speranza di trovare un alloggio diminuiva tristemente- perché ha la pelle scura? Perché pensano che gli possa rubare il lavoro? Perché credono che disfi l’appartamento? Perché si sono inventati che spaccia? Pregiudizi facili, diffusi e insufficienti –come tutti i pregiudizi-, tipici di chi preferisce accontentarsi di qualche facile soluzione al sentire dentro di sé il frastuono di tempestose contraddizioni. Non ci demmo per vinti: grazie alla mia conoscenza di un ragazzo africano che fa il farmacista a Padova, contattai il proprietario di un immobile in Arcella, nel quale si era liberata una camera. L’anziano signore fu gentile e disponibile. Ovviamente volle prima vedere sia me che Soumaila, registrare il suo contratto di lavoro, le sue buste paghe e ricevere una sottoscrizione, in qualità di garante, da parte del datore di lavoro. In confronto agli altri trattamenti mi sembrò un miracolo. Soumaila aveva finalmente una casa. Fu per entrambi una piccola vittoria, anche se non di quelle che si celebrano su un campo da gioco tra squadre avversarie considerate alla pari, bensì un segnale che ci eravamo fatti strada lungo un tortuoso percorso imperniato su ostacoli-ostilità, giungendo finalmente ad un’oasi alla quale poterci abbeverare.

Poi l’esito del secondo grado di giudizio, la Corte d’Appello di Venezia: fu confermato il rigetto della domanda. Anche questo secondo esito non ci stupì, se paragonato alla moltitudine di casi ed esiti affini in tutta Italia, ma, ancora una volta, ci sorprese il clima di impedimento ed ostilità che pervadeva sempre di più la società e la politica, nonostante i dati economici e demografici continuassero a suggerire i notevoli contributi positivi che le ondate migratorie offrono al nostro Paese.

Soumaila, su consiglio dell’avvocato, decide di avviare l’istanza di reiterazione della richiesta d’asilo, ossia di cominciare da capo una nuova richiesta, fornendo nuovi documenti a suo favore rispetto alla prima domanda, a dimostrare la reale e fondata pericolosità cui sarebbe esposto nel suo Paese d’origine, qualora vi facesse ritorno. Soumaila si è fatto inviare dalla Costa d’Avorio i certificati di decesso della madre e del fratello, oltre che una testimonianza da parte del Fronte Popolare Ivoriano, partito nel quale Soumaila esercitava attivamente la difesa del proprio Paese e dei diritti dei suoi cittadini contro le ingiunzioni politiche ed economiche della Francia a danno della ex colonia, prima tra tutte quella di eleggere un Presidente diverso da quello voluto realmente dalla popolazione. Inoltre, Soumaila ha ora un contratto a tempo indeterminato, un contratto d’affitto regolare, ha ottenuto la residenza e la carta d’identità. Insomma, è un lavoratore serio, che paga le tasse per gli italiani e per l’Italia, visto che di quei contributi versati non gli torna, per ora, nemmeno il diritto ad avere un documento ufficiale. Nella fattispecie, fa il magazziniere in una grande azienda logistica. Ogni giorno, siano le 5 del mattino o le 22, raggiunge il luogo di lavoro con la sua bicicletta, percorrendo, con il sole o con la pioggia, una ventina di kilometri. Pur essendo faticoso, il lavoro di Soumaila costituisce per lui una risorsa fondamentale, non solo economica, ma anche psicologica e sociale. Stare con i colleghi, focalizzarsi su un compito, sentirsi utile nello svolgere una mansione sono fattori di estrema importanza nell’accrescere il suo senso di stabilità e la sua fiducia nella possibilità di cambiamento in un Paese che non è il suo e dal quale ancora non è stato accettato.

Poco dopo l’avvio della pratica di reiterazione, nell’agosto del 2018, Soumaila riceve dalla questura la terrificante notizia dell’inammisibilità della sua richiesta di reiterazione: sulla carta viene riportato che non sussistono le condizioni necessarie per poter avanzare una nuova richiesta di asilo, “in quanto priva di nuovi elementi rispetto all’istanza precedente e, dunque, palesemente strumentale al perseguimento dei benefici riservati al richiedente asilo”. Il richiedente ha, in questo caso, tre giorni di tempo per rispondere all’istanza di inammissibilità, trascorsi i quali, se non pervengono alcune osservazioni scritte e firmate dall’avvocato patrocinante, è costretto a tornare nel suo Paese o “scegliere” di rimanere in Italia come clandestino, andando incontro alla dura legislazione a sfavore di questo status, nonché alla perdita di quella manciata di diritti che fino ad ora gli hanno permesso di campare. È il 10 agosto 2018 quando Soumaila mi telefona con voce soffocata, non dal caldo. Mi mette a conoscenza e subito mi si stringe il cuore, ma anche mi si contorcono i nervi: la rabbia implode. Sono infuriata. Con l’Italia, con il mondo, con la Commissione Territoriale. L’unica strada che rimaneva da tentare era di scrivere una lettera di osservazioni, riportando l’elenco, corredato di allegati, dei documenti nuovi presentati rispetto alla precedente domanda. L’istanza di inammissibilità era infatti –nel caso non si sia capito- completamente falsa: era falsa la dichiarazione che non erano state fornite nuove prove. Riuscimmo a montare una comunicazione chiara, forte e degna della firma di un avvocato. Il 13 agosto, un lunedì, la lettera veniva consegnata a mano da Soumaila alla segretaria della Prefettura, neutralizzando l’istanza di inammissibilità. Anche stavolta avevamo saputo difenderci. Un’altra oasi era stata raggiunta.

Dovettero passare altri tre mesi prima che Soumaila venisse convocato per l’udienza relativa alla richiesta di reiterazione, un colloquio che si tiene di fronte ad un giudice della Commissione e ad un interprete, per tradurre le comunicazioni presentate dal richiedente nella sua lingua madre. Al termine del colloquio, Soumaila mi raccontò: “Ho detto tutto, è andata benissimo, sono riuscito a dire tutto, anche quello che non riuscii ad esprimere nel corso della prima udienza, due anni fa. Ho detto al giudice che mi trovo qui perché nel mio Paese sarei perseguitato, che in Costa d’Avorio c’è la guerra e che le notizie che loro apprendono dalle fonti ufficiali sono in realtà false: perché altrimenti il nostro Presidente Gbagbo sarebbe stato fatto prigioniero dalla Corte penale internazionale? Perché non ha fatto gli interessi della Francia. Ed io nel mio Paese seguivo le fila del partito popolare per far conoscere ai cittadini la verità, cioè che la Francia esercita su di noi il suo potere, ci sottomette e noi non possiamo lasciare che questo accada. Tutti i militanti del Fronte Popolare, di cui anche io facevo parte, sono ancora prigionieri in Costa d’Avorio. Mio fratello e mia madre furono vittime dei ribelli contro Gbagbo; io stesso fui imprigionato, ma riuscii a scappare e con mio padre arrivammo in Libia.” Le parole di Soumaila mi riempirono il cuore: sentivo il suo entusiasmo, la sua voglia di essere riconosciuto, il suo sacro desiderio di giustizia. E ne fui io stessa illuminata. D’altra parte, al di là dell’atmosfera domestica che si era creata in quel momento in un bar in centro a Padova, pensavo alla regressione politica cui era andata incontro l’Italia negli ultimi mesi, forse anni, soprattutto nel fronteggiare la questione dell’immigrazione. Con la nomina di Matteo Salvini alla carica di Ministro dell’Interno, unitamente all’ascesa del centrodestra, prima ancora che i porti e le frontiere sembrano essersi chiuse le menti degli italiani. Il razzismo dilaga per le strade, facendo risuonare una potente ambiguità tra ciò che appartiene all’umano e ciò che dell’umano è un possesso. Il decreto Salvini approvato il novembre scorso, il caso Diciotti e tanti altri episodi purtroppo quotidiani che vedono l’alienazione di persone e interi gruppi sociali al centro della strategia politica difensiva del nostro Paese è, per me, cittadina italiana, altrettanto alienante. Come posso aspettarmi di essere trattata come una persona, di vedere rispettati i miei diritti umani fondamentali se il dispositivo nazionale predisposto alla salvaguardia di questi diritti e di questi valori commette ogni giorno crimini contro l’umanità?

Oggi, l’istanza di reiterazione di Soumaila è stata rigettata. Ancora una volta, le dichiarazioni di Soumaila riguardo alla sua storia e ai motivi per i quali chiede protezione sono state ritenute false e indegne della difesa da parte dello Stato italiano. Oggi, leggere delle morti per mancato soccorso in mare di gente stipata sui barconi, della chiusura dei centri di accoglienza e della concomitante apertura dei centri di rimpatrio, delle gratuite propagande razziste e dei tragici atti razzisti agiti fobicamente contro persone di diversa provenienza; oggi, leggere sui giornali e su internet queste rivoltanti notizie non è più, per me, alienante, perché io oggi sono alienata. Io oggi non sono con l’Italia, perché io oggi sono con Soumaila.

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