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Filantropia e impresa: aiutare come mestiere

Il Nordest è economia, produzione, mercato: dalla manifattura al turismo, e tutto quanto ha a che fare con i mitici schei. Ma è anche altro: che ha anch’esso a che fare con gli schei, ma in altro modo, o è capace di produrre e scambiare anche altre cose – tempo, condivisione, sostenibilità, umanità. Ci riferiamo alla grande ricchezza del volontariato, del terzo settore, delle organizzazioni non governative. Ci aggiungiamo l’impegno pervasivo del mondo religioso: dalle parrocchie agli ordini religiosi e missionari. E ci mettiamo pure l’impegno civico che passa per molti altri canali locali: dalle pro loco alle società sportive, dalle sagre ai doposcuola ai tornei di gioco. Ce lo dimentichiamo, ma anche questa è economia: anzi, lo è di più, nel senso profondo, etimologico, di nomos dell’oikos, di legge e organizzazione della casa (in casa abitano piccoli e grandi, sani e malati, persone produttive e no, dopo tutto). E può diventare (e spesso diventa) impresa: anche qui, nel senso etimologico e più nobile della parola, con tutte le sue implicazioni (impresa vuol dire attività, compito da affrontare, ma anche difficoltà). Il fatto che queste numerosissime attività non vengano contabilizzate nelle statistiche, e non contribuiscano al PIL, dimostra solo la povertà esplicativa di questo indice di misurazione, ormai datato e sempre più fuorviante, man mano che i beni relazionali e le attività sociali acquistano sempre più importanza e peso nella vita delle persone, delle economie, degli stati.

Oggi comincia ad esistere – seppure in dimensioni lontane da quelle di altri mondi culturali, come quello anglosassone, in primis gli Stati Uniti – anche la filantropia organizzata come impresa, e dalle imprese, o meglio dagli imprenditori. Come attività normale di restituzione, a chi ne ha più bisogno, di parte della ricchezza che grazie anche al territorio si è acquisita.

La filantropia ha una lunga storia: che dalla filosofia greca allo stoicismo romano, reinterpretati poi dal cristianesimo, passa per l’impronta ideologica ereditata dall’illuminismo, fondata su diritti uguali per tutti (cui alcuni non hanno i mezzi per ricorrere: e quindi bisogna aiutarli) e per l’umanitarismo ottocentesco (in mondi, come quello germanico e anglosassone, dove lo spirito d’impresa subiva ancora l’originale afflato religioso, come aveva visto Max Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo) per poi arrivare, indebolita (ma anche trasformata e talvolta rinvigorita dai nuovi filantropi globali), fino ai nostri tempi.

Da noi non è ancora una tendenza diffusa: o lo è meno di quel che dovrebbe (in questo, la logica antica degli schei come acquisizione personale e risparmio privato, pesa ancora – come pesa il fatto che sia stata di fatto demandata alle organizzazioni religiose). Ed è ancora legata più alla logica dell’eccezione che a quella della fisiologia di un corpo sociale. Ma c’è, si fa presente: attraverso le fondazioni promosse da imprese (quelle bancarie lo fanno già, in maniera istituzionale e regolamentata).

Si parla tanto di responsabilità sociale delle imprese: spesso più a parole che nei fatti, appunto, e talvolta come mera etichetta, una forma di branding il cui scopo è all’opposto della logica filantropica (non si tratta, spesso, di usare gli utili negli affari per fare del bene al di fuori degli affari, ma di usare la logica del bene per favorire gli affari). La filantropia organizzata, le fondazioni, le Società Benefit (che l’Italia è stata il primo paese a regolamentare, dopo gli USA), le B Corp, ci mostrano con esempi talvolta davvero splendidi questa possibilità, che dovrebbe diventare normalità, laddove le risorse lo consentono. Ed è il rovescio della medaglia di un’economia e di un mondo dell’impresa che talvolta, in settori ancora troppo ampi (dal livello micro alle mega imprese globalizzate – anche quelle che dicono di far parte di un’economia della condivisione, la sharing economy), dimentica persino il dovere primo della responsabilità sociale: quello, come ha ricordato di recente lo storico olandese Rutger Bregman al World Economic Forum di Davos, di pagare le tasse.

Filantropia e “schei” vanno d’accordo, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 11 febbraio 2019, p. 16, rubrica “Le parole del Nordest”

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