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Gli sgomberi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo: come sbagliare facendo una cosa giusta

Il ministro dell’Interno l’ha già preannunciato: dopo Castelnuovo di Porto, il prossimo passo sarà la chiusura del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo)  di Mineo, il più grosso e discusso d’Italia.

E’ una buona notizia, in sé: a Mineo, tra infiltrazioni mafiose, racket, caporalato, prostituzione e spaccio, c’è più o meno di tutto. E lo si sa da tempo, grazie a inchieste giornalistiche e della magistratura: la sorpresa, semmai, è che sia ancora aperto. Quindi, bene chiudere, a patto però che cambino le modalità di azione. La vicenda di Castelnuovo ha fatto capire alla pubblica opinione che gli sgomberi, se condotti come avvenuto, oltre alla violenza del metodo, sono controproducenti rispetto allo scopo dichiarato: produrre sicurezza. Senza preavviso agli operatori e ai sindaci, interrompendo percorsi di integrazione (di bambini e ragazzi a scuola, di adulti nel lavoro, di apprendimento della lingua), separando le persone, senza conoscere le future destinazioni, senza progettualità, con molte persone che finiranno per strada e diventeranno irregolari, non solo si rischia, ma si ha la matematica certezza di ottenere l’effetto opposto. Perché la sicurezza – è quasi un teorema sociale – è figlia precisamente di percorsi virtuosi di inserimento, di occasioni di integrazione, di costruzione di legame sociale e fiducia, di prospettive. Bene quindi che si proceda alla chiusura dei megacentri. Male che si proceda in questo modo.

La preannunciata e benvenuta chiusura del Cara di Mineo costituirà anche una assunzione di responsabilità – non pretendiamo una lezione di umiltà – per il centro-destra, e per la Lega in particolare. L’opinione pubblica è di memoria corta. Ma immaginiamo che qualcuno si ricorderà, per l’occasione, di chi l’ha aperto: un governo Berlusconi, che vedeva al ministero dell’Interno, proprio come oggi, un leghista, Roberto Maroni (mentre i governi di centro-sinistra successivi hanno la grande colpa di non aver fatto nulla per risolvere la questione, man mano che i problemi emergevano in tutta la loro gravità).

Del resto era al governo il centro-destra anche all’epoca della sottoscrizione degli sciagurati accordi di Dublino (che rendono responsabile del destino del richiedente asilo il paese di primo approdo), e del bombardamento in Libia, che ha trasformato il paese da destinazione finale di flussi migratori, quale era ai tempi di Gheddafi, a paese di transito verso l’Europa: un grande buco nero in cui prosperano le bande di trafficanti.

Non è un problema di scaricabarile politico, che ha poco rilievo. A destra come a sinistra vi sono specifiche colpe, sottovalutazioni, cecità ideologiche, che hanno finito per produrre la situazione in cui ci ritroviamo oggi. Ma riconoscere gli errori del passato, da parte di tutti, è un passo necessario e indispensabile di assunzione di responsabilità collettiva, per poter affrontare seriamente un grande fatto epocale – le migrazioni – che è un problema complesso, dalle molte sfaccettature, e non consente soluzioni semplici, tanto meno semplicistiche.

Migranti, gli sgomberi senza metodo producono insicurezza, “La Stampa”, 3 febbraio 2019, p. 21

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