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“E adesso, pedala…” La bicicletta tra fatica e libertà

“Hai voluto la bicicletta? E adesso, pedala…” A tutti è capitato di sentir pronunciare questa frase: fuori contesto, cioè lontani da una bicicletta. Come metafora popolare, significativa di altro: non di un premio, ma piuttosto di una punizione. O quanto meno della vita intesa come fatica, prevalenza del senso del dovere sul godimento e sul piacere, necessità. E, anche, come una specie di automatismo, accettato senza discutere, perché si è sempre fatto così.

In questo senso, quasi sorprende che il ciclismo sia – come sport – tanto popolare. Ma forse è proprio per questo. E’ espressione della fatica, di un taylorismo ancora primario (pochi movimenti, sempre quelli: come l’operaio di Chaplin in “Tempi moderni”), con poca creatività, un gioco di squadra presente ma relativo, sempre in funzione dell’individualità, del campione, oggi magari infettato dal doping per ottenere un risultato purchessia. Come la vita quotidiana di gran parte del genere umano, coma la fatica del mondo operaio e contadino – stesse sfide. Non sorprende che le elite preferiscano l’equitazione o il golf… Pedalare, quando è una necessità, perché è l’unico mezzo di trasporto che ci si può permettere, vuol dire affrontare anche il maltempo senza possibilità di riparo, essere in balìa degli elementi, resistendo loro solo in maniera passiva, proteggendosi per quel che si riesce (i giornali sotto il maglione per proteggersi dal freddo, un sacco di plastica con i buchi per ripararsi dalla pioggia, come si faceva una volta), ma dopo tutto subendoli.

E’ la vita, la vita arcaica: metafora della parte spiacevole dell’assumersi una responsabilità, del volere un ruolo – che si tratti del mondo del lavoro o del farsi una famiglia.

Nello stesso tempo, la bicicletta è stata anche il primo grande strumento di libertà: la possibilità di andare lontano (verso qualcosa, ma anche da qualcosa: dalla famiglia, per esempio), di sfuggire al controllo parentale, di provare l’ebbrezza dell’autonomia, dell’indipendenza, della scoperta di orizzonti più lontani, di nuove avventure, del potenziamento delle proprie capacità, e, sì, anche della gara, del misurarsi con gli altri. Chi, da bambino, ha avuto la gioia di provare l’emozione dell’arrivo della prima bicicletta, sa cosa abbia significato. E perché, improvvisamente, facesse sentire liberi e grandi: un rito di passaggio più importante di tanti altri (cui una cartolina infilata tra i raggi conferiva il rumore necessario ad accompagnare la maestosità del momento). Nonostante, o forse proprio grazie, al costo che comportava l’imparare ad usarla: le cadute, le ginocchia sbucciate, i pianti, la tentazione della rinuncia, l’insistenza a tratti dura dei genitori, l’equilibrio all’inizio precario – un processo educativo, in tutti i sensi. Ma poi, proprio per questo, una capacità acquisita per sempre: non a caso, come si dice usando un’altra metafora ciclistica, una volta che hai imparato, il pedalare non lo dimentichi più, anche se non ti eserciti per lungo tempo. E’ un’abilità che acquisisci per sempre, e ti rende diverso da prima.

Tutto questo rimane nella riscoperta e nella nuova popolarità dell’andare in bicicletta: come attività salutare in sé, che tonifica, migliora il metabolismo e fa respirare meglio, come godimento (non sportivo: al contrario, come elogio della lentezza sullo sprint), come gita domenicale, attività da vivere in famiglia (uno dei rari momenti in cui si vedono le varie generazioni fare insieme la stessa attività) o con gli amici, per stare a contatto con la natura, in mezzo ad essa, guardandosi intorno senza fretta (il motivo per cui, pur possedendo l’automobile, la si lascia per una volta in garage). Magari aiutati ad andare più lontano e con meno fatica, come è nello spirito dei tempi, grazie alle biciclette a pedalata assistita, e a tanto altro. Ritorno allo spirito originario e scoperta di nuovi orizzonti, ma con più comfort.

“E adesso pedala!” La bici è fatica ma porta libertà, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica”Le parole del Nordest”, 11 marzo 2019, p.1

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