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La retorica della cittadinanza

Quando la politica si riduce a retorica non può che produrre risultati maldestri. Se poi la retorica (che dopo tutto presuppone il ben scrivere e parlare) è di qualità mediocre, si riduce a chiacchiera deteriore: frasi fatte, appelli ai buoni sentimenti, desiderio conformista di intercettare consensi.

Come è accaduto anche nella vicenda, serissima, del bus di ragazzini trasformati in ostaggi, a rischio di diventare vittime, poi trasformati in eroi, e domani chissà. Tutti i peggiori repertori della italica retorica hanno avuto modo di manifestarsi. L’autista Ousseynou Sy, cittadino italiano, nato in Francia, ma di origine senegalese, aspirante terrorista (questo voleva fare: seminare terrore) e pure razzista (anche se, curiosamente, se ne sono accorti in pochi, era un nero che voleva fare una strage di bianchi) è servito alla retorica anti-immigrati, particolarmente popolare in questo momento storico. Poi ci si è accorti che anche i ragazzini che hanno salvato la situazione erano figli di immigrati, e via con una tripla retorica: anti-razzista, eroicista, e pure infantilista (“aiutiamo i bambini”; che in Italia si è sempre venduta benissimo). Ultima retorica, quella della cittadinanza: e lì si è toccato il massimo.

Di fronte a un argomento serio, che questo paese non ha avuto il coraggio di affrontare e di discutere civilmente (in assenza di politica, quindi), si è partiti, appunto, con la retorica. Fare dei ragazzini degli eroi, per poter esaltare il gesto esemplare, e giustificare così, con la cattiva coscienza di chi non saprebbe motivare il suo no ad altri, il suo sì eccezionale a quei pochi: intercettando la simpatia popolare nei confronti appunto dei ragazzini-eroi. Salvo, magari, cambiare idea, perché ci si accorge che non porta acqua al proprio abituale mulino retorico: quello anti-immigrati. E ricambiarla poi perché comunque fare quello che vuole la vox populi batte tutto.

In altri paesi, la morte, a seguito di attentati terroristici islamici, di innocenti musulmani, magari poliziotti, è servita a temperare – scoprendo vittime e carnefici con la medesima appartenenza – la retorica, diffusissima, della colpevolizzazione collettiva: di una religione, di una etnia, o di una categoria (gli immigrati, appunto). Qui è diventata messa in scena. Il tutto, in un paese che non è stato capace nemmeno di dare la cittadinanza ad Anatolij Korol, manovale ucraino ucciso perché ha tentato di fermare due rapinatori all’uscita di un supermercato, in un piccolo comune del napoletano, lasciando moglie e tre figli. Ma in compenso l’ha data a tempo di record – sempre per motivi retorici e in nome della vox populi infantilista – al piccolo Alfie Evans, per sottrarlo alla giurisdizione non di uno stato totalitario, ma della più antica democrazia d’Europa, la Gran Bretagna, nella speranza di curarlo qui, dandoci la soddisfazione (retorica) di sentirci più buoni degli altri. Mentre Ousmane Cissokho, il senegalese che salvò un anziano che stava affogando nel Brenta, da due mesi aspetta ancora il permesso di soggiorno.

Poi, bene la cittadinanza a Rami (e Adam, e gli altri, in modo che un atto di giustizia in fondo riparativa non produca ulteriori ingiustizie e differenze di trattamento). Dopodiché: a quando una bella discussione sulla cittadinanza in sé? E, per esempio, sul senso di darla a discendenti di italiani che vivono all’estero solo perché hanno un nonno italiano (e la vogliono per motivi strumentali: per poter andare negli USA senza visto, mica per contribuire al benessere dell’Italia) e non a chi in questo paese ci è nato e ci vive?

Cittadini fuori dalla retorica, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 27 marzo 2019, editoriale, p. 1

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