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Le piazze e i partiti. La società reagisce, la politica ancora no

Il paese si trova di fronte a un governo inedito: che si fa opposizione da solo, in cui il livello di divisione interna non ha precedenti, ma che è capace di superare le divisioni non mediando ma scambiando (io approvo una cosa che interessa a te se tu approvi una cosa che interessa a me), cercando di portare a casa più risultati simbolici possibili prima delle elezioni europee, senza troppo preoccuparsi della loro reale efficacia. Ma di fronte a una crisi che si aggrava sempre di più, con tutti gli indicatori (debito, occupazione, produzione, reputazione internazionale) negativi, e scelte di politica economica in corso che rischiano di aggravarli ulteriormente, il paese non si può permettere di zigzagare senza prospettiva.

Non stupisce dunque che nella società si manifestino forme di reazione: semmai, la notizia è che siano meno forti di quello che ci si aspetterebbe. Lo vediamo nelle educate manifestazioni pro Tav (che poi sono delle manifestazioni per il fare, per lo sviluppo; così diverse, anche nei modi, dalla rabbia dei gilet jaunes); nelle minacce (tuttavia finora non concretizzate) dei ceti produttivi, a cominciare dagli industriali, di scendere in piazza; nelle manifestazioni sindacali, dopo tutto non particolarmente intense; nelle tensioni nelle regioni del Nord a proposito di un’autonomia che sembrava a portata di mano e viene ora rimessa in questione; e in forma diversa nella manifestazione di sabato a Milano e nelle primarie di domenica, che meritano un approfondimento. La manifestazione di Milano non era una manifestazione antirazzista: ma per una società aperta, civile, inclusiva, che non soffia sul fuoco delle tensioni e cerca invece di risolvere i problemi – una società normale, verrebbe da dire, e non ha caso si è svolta nella città che è la locomotiva economica e civile del paese, ma più che il suo specchio, è la sua eccezione, o la sua speranza. E’ significativo il suo successo perché non era una manifestazione per difendere i propri diritti, ma quelli altrui (e di tutti): su un tema che è quello che veicola il massimo consenso alla Lega proprio grazie a una dura contrapposizione noi/loro, andando ad intaccare i diritti fondamentali di alcuni – gli immigrati – in maniera sottile ma continua. Manifestazione di parte, ma non di partito, e riuscita precisamente perché nata apartitica. Diverso il caso delle primarie. Nonostante un Partito Democratico che resta ai minimi storici di consenso, non c’è stato il temuto crollo dell’affluenza: da un lato, perché i militanti hanno colto l’occasione per manifestare una pressante richiesta di unità e di azione, un invito al PD a uscire dal limbo, a esistere; dall’altro, perché migliaia di persone, anche non iscritte e addirittura non elettrici del PD, hanno deciso – andando a votare – di mandare un segnale non tanto al PD, ma al governo: il classico “parlare alla suocera perché la moglie intenda”.

Tutto questo accade infatti nella società; mentre la politica resta un mondo a sé stante. Il primo paradosso è che il governo, in tutto questo muoversi e reagire della società civile, incluse parti del suo elettorato di riferimento, non solo non perde consensi, ma ne guadagna, seppure a parti invertite (raddoppia la Lega, si riduce alla metà il Movimento 5 Stelle). E peggio vanno le cose tra i contraenti del contratto di governo, più uno dei due, la Lega, si rafforza a scapito dell’altro, il M5S, ma anche guadagnando da altrove: a dispetto dei tradimenti, è come se venisse considerato il bastione che può salvare dalle incapacità e inconcludenze pericolose dell’altro. Il secondo paradosso – legato al primo – è che, in tutto questo marasma, la sfiducia nel governo non si tramuta in fiducia nell’opposizione: il PD ci ha messo un anno intero a elaborare i disastrosi risultati delle elezioni, e per ora ha solo partorito un segretario, non ancora una politica e delle linee guida, e nemmeno un recupero di consensi. Come se ci fosse un filtro: la società si muove, ma la politica non è capace di comunicare con essa. E’ cominciata la reazione sociale, dunque. Ma non diventa, per ora, alternativa politica.

Reazione senza alternanza. La piazza, i partiti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 5 marzo 2019, editoriale, p.1

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