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Non è questione di “quote rosa”…

Non è questione di “quote rosa”. Anzi, per favore, aboliamo l’espressione, ormai francamente insopportabile oltre che inconsapevolmente sessista – e datata (a parte il fiocco alla nascita, che non è scelta loro, davvero il rosa caratterizza ancora l’immaginario femminile?).

Parliamo solo di donne e di uomini, di lavoratori e di lavoratrici, di imprenditori e imprenditrici, di dirigenti (e dirigenti). Insomma, di persone che occupano – o dovrebbero occupare – il loro posto nel lavoro e nella società per capacità, merito, e magari un po’ di fortuna, come tutti.

Sì, è vero, ci sono anche disposizioni di legge che suggeriscono, o impongono, presenze minime al femminile anche nei luoghi apicali, nei consigli di amministrazione, per aiutare a sfondare finalmente il “soffitto di cristallo”, invisibile ma non meno duramente reale, che impedisce spesso alle donne di arrivare dove finora arrivavano solo gli uomini – e hanno la loro funzione. Ma ormai c’è una realtà che ci dice che non c’è ragione perché questa dominanza maschile debba continuare: anzi, ci sarebbero persino ragioni per ipotizzare il contrario. Per limitarci ai soli indicatori dell’ambiente in cui lavoro, l’università: tra le ultime generazioni di studenti le donne sono di più, ottengono voti migliori, si laureano con un voto di laurea più alto e pure più in fretta dei loro coetanei – dovrebbero essere questi ultimi ad aver bisogno di aiuto, di quote… (ma, come altrove, sono sottorappresentate nel corpo docente, in particolare tra i professori ordinari, tra i direttori di dipartimento e tra i rettori. Ancora per poco, ne siamo certi).

Anche l’impresa sta cambiando. Certo, le donne hanno ancora bisogno delle proprie associazioni di sostegno: ma già hanno capito che possono fare altrettanto, o meglio, degli uomini. E soprattutto stanno cominciando a capirlo le imprese: che la differenza vera tra le persone, non sta nel genere, ma altrove. E insistere su di esso rischia di essere non solo discriminante per le donne, ma controproducente per il sistema nel suo complesso, perché non sfrutta al meglio i suoi talenti. Non si giustifica più, quindi, alcuna differenza salariale o di opportunità di carriera, che pure persiste.

Imprese, politica, burocrazie, eserciti, religioni, sport, cultura, avrebbero solo da guadagnare a femminilizzarsi: o meglio, a perdere una caratterizzazione di genere. Significherebbe almeno, all’atto pratico: maggiore ricchezza di punti di vista; orari più elastici e tempi più flessibili, adatti ai ritmi di vita di tutti (non solo delle donne); una minore quantità di tempo speso in una singola occupazione (solo il lavoro, da un lato, solo la famiglia, dall’altro); una diversa idea di competitività, probabilmente: meno caratterizzata dalle peculiarità di un genere solo. E anche una maggiore ricchezza familiare, e persino più figli: contrariamente a una opinione diffusa, e differentemente rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali, oggi – nel mondo sviluppato – sono i paesi con i tassi più alti di lavoro femminile ad essere quelli con maggiore fertilità. Anche perché la società si trasforma, offrendo un numero maggiore di servizi alle famiglie (non alle donne), e creando contestualmente nuovi lavori: contrariamente a un altro diffuso timore, infatti, storicamente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non ha fatto diminuire i lavori a disposizione (degli uomini), ma al contrario li ha aumentati per tutti.

Non si tratta dunque di cancellare le differenze di genere, che ovviamente ci sono: ma di mantenerle per quel che è utile, valorizzando di più quelle individuali. Resterebbe il riferimento agli archetipi, per così dire, ma non dominerebbero più gli stereotipi. E a guadagnarci non sarebbero le donne, ma il mondo del lavoro, e la società nel suo complesso.

Per favore, aboliamo quell’insopportabile “quote rosa”, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 13 maggio 2019, p. 3, rubrica “Le parole del Nordest”

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