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Primo maggio: ieri e oggi. Domani?

Le manifestazioni del Primo Maggio ho cominciato a frequentarle da studente: erano un atto politico tra tanti, per chi si sentiva più o meno impegnato. Nella prima metà degli anni ’80 – e per quasi una decina d’anni – sono diventate anche parte del mio lavoro: facevo, allora, l’operatore sindacale a Milano, e contribuivo alla loro organizzazione. Era ancora un’epoca di grande partecipazione: si respirava l’orgoglio operaio (testimoniato dalla fierezza e la numerosità delle delegazioni delle fabbriche), l’importanza di contarsi e la dignità attribuita al momento; si utilizzava l’occasione per fare il punto sulle relazioni industriali e la situazione politica, con un intento pedagogico (testimoniato dai torrenziali comizi dei leader sindacali e di altri esponenti del mondo della cultura e della politica); e si viveva il clima di festa, che terminava spesso con una mangiata con gli amici e lunghe camminate per tornare a casa in assenza di mezzi pubblici. Il mondo cattolico partecipava anch’esso: l’allora cardinal Martini, in quella che era la festa di San Giuseppe lavoratore, per rispetto della festa sindacale e per non diminuire la partecipazione dei lavoratori cristiani alle manifestazioni, organizzava delle veglie di meditazione la sera del 30 aprile, anch’esse molto partecipate.

Tutto questo, naturalmente, non c’è più: e se non fosse per il concertone organizzato dalla Rai, non ci sarebbero manifestazioni altre, né si sentirebbe parlare delle sigle di Cgil-Cisl-Uil (che, peraltro, spariscono annegate nella musica, unico motivo per cui la gente partecipa – ci fosse anche solo un accenno di comizio, verrebbe subissato dai fischi). Non tutto è perso, e c’è chi si organizza alla meglio: qui una biciclettata, là una sagra, i giochi per i bimbi al parco, una qualche iniziativa di solidarietà. Ma per i più è solo l’occasione di un ponte, di una gita, di una meritatissima pausa.

Non c’è nulla di specifico legato al Primo Maggio: anche altre festività ‘ di lotta’ sono in calo di partecipazione (ciò che naturalmente non contraddice l’importanza della loro reiterazione). Ma se ciò accade, è perché si perde la memoria dei rispettivi eventi fondatori, e più in generale il loro senso. Per molti motivi. Il primo dei quali è che in una società complessa e frammentata non c’è più nulla che sia sentito come significativo da tutti: anche le feste si sono pluralizzate e diversificate, perché ciascuno di noi, individualmente e come gruppi cui apparteniamo, ha modi diversi di marcare il tempo (il proprio calendario di eventi rilevanti), che non necessariamente è condiviso da altri. Per il Primo Maggio c’è un problema ulteriore: le gigantesche trasformazioni che hanno coinvolto il mondo del lavoro, l’hanno reso sempre meno condiviso, sempre meno vissuto in grandi fabbriche dove si creano solidarietà naturali, sempre più strumentale (un mezzo, non un fine), sempre più parcellizzato, cambiato sempre più spesso, e persino sempre più staccato dall’idea di produzione di reddito, per non parlare della sua perdita di importanza intrinseca come elemento ‘morale’ e strutturante (l’etica del lavoro come etica dell’impegno).

Non c’è allora niente di cui stupirsi, e forse nemmeno nulla da rimpiangere, nella perdita di rilievo del Primo Maggio. Ma molti motivi per riflettere, e per provare a interrogarsi anche su possibili modi alternativi di creare solidarietà, interazione, condivisione, e anche solo relazione tra le persone. Una volta ci pensava il lavoro, in maniera relativamente ‘naturale’. Oggi non è più così: o non nella stessa misura. Ma resta l’urgenza di creare delle alternative: perché la società ne ha bisogno, se non vuole ridursi a un insieme di monadi, atomi, particelle – individui senza relazione, e quindi infinitamente più poveri.

Una festa senza memoria, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 1 maggio 2019, editoriale, p.1

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