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Come mai abbiamo bisogno di immigrati nonostante la presenza di disoccupati?

Come ogni anno, si scopre l’acqua calda. Mancano i braccianti per le raccolte stagionali, in agricoltura. Mancano i camerieri e il personale di pulizia, nel turismo: l’anno scorso, solo in Veneto, e solo in questo settore, sono rimasti vacanti 5.000 posti di lavoro, non coperti né da italiani né da stranieri. Ma, per la verità, mancano anche gli infermieri e i medici, e molto altro. Rimaniamo comunque ai lavori più diffusi.

Capire questo fenomeno – nonostante la disoccupazione – è più semplice di quello che crediamo. Gli italiani che vanno in pensione in questi anni, mediamente, all’80% hanno al massimo la terza media. I giovani che entrano nel mercato del lavoro, mediamente, all’80% hanno al minimo un diploma di scuola superiore. Il mercato del lavoro produce abbastanza posti di lavoro, come si dice con un diffuso anglicismo, skilled? La risposta è no. E già questo dato spiega molto: la disoccupazione intellettuale (diciamo istruita) degli italiani, e il bisogno di manodopera straniera. Due evidenze che, al contrario di quanto si crede (o di quanto certa politica vuole far credere) non sono affatto in contraddizione, ma perfettamente compatibili, e che anzi si richiamano necessariamente: l’una implica l’altra.

La spiegazione è semplice. I lavori più diffusi tra gli immigrati, in Veneto (dati ufficiali di Veneto Lavoro, agenzia della regione), sono: colf e badanti, bracciantato in agricoltura, manovalanza in edilizia, logistica (che è l’etichetta gentile con cui identifichiamo, tra l’altro, le cooperative di lavoratori che caricano e scaricano merci negli ortomercati, o chi guida i camioncini che ci portano i nostri pacchetti Amazon), i lavori meno pagati nella manifattura, e appunto le mansioni citate in ristorazione e turismo. Sono i lavori che muoiono dalla voglia di fare i nostri diplomati? La risposta, senza sorprese, è no: né lo vorrebbero le loro famiglie. Ma non ci sono nemmeno abbastanza stranieri disponibili. Risultato? Questi posti di lavoro restano inoccupati. E a risentirne è il servizio, ovviamente: il che significa che se il cliente non è servito bene, l’anno successivo rischia di preferire una destinazione diversa (a tutti coloro che vantano i fasti dell’incremento turistico annuale in Veneto, gioverebbe ricordare che altre aree nostre concorrenti hanno incrementi superiori, e forse qualche motivo c’è – come sempre, il risultato non ha valore in sé, ma dipende dalla corsa cui si partecipa).

Cha fare, allora? La prima cosa, fondamentale. Smetterla con l’allarme sull’immigrazione: di immigrati, in alcuni lavori, abbiamo e avremo sempre più bisogno – un bisogno tale che, occorre dirlo, dipendiamo da loro, e in loro assenza questi settori rischiano addirittura di contrarsi e di produrre quindi meno ricchezza. Quindi, ringraziamoli di esserci, anziché considerarli la fonte di tutti i mali, e trattiamoli adeguatamente. La cosa peraltro vale anche per gli italiani: il livello dei salari, e anche le condizioni di lavoro, in taluni settori sono inaccettabili. Se le condizioni fossero diverse, qualche italiano in più si inserirebbe in questi settori, senza per questo che sparisca il bisogno di stranieri. Per dire: persino ai tempi della mondine ci si rendeva conto che chi raccoglieva il riso aveva anche bisogno di un tetto sotto il quale dormire e di un pasto caldo. Non pochi imprenditori agricoli di oggi vorrebbero la manopera a disposizione, senza preoccuparsi minimamente del fatto che essa abbia anche questi elementari bisogni vitali. Lo stesso vale per il turismo: spostarsi per la stagione in una località in cui non si abita, oltre a salari decenti, presuppone un letto e un minimo spazio vitale. Sicuri che tutti gli imprenditori del settore se ne preoccupino, e si attivino come dovrebbero? Poi, visto che è interesse di tutti perché agricoltura e turismo portano ricchezza, si potrebbe ragionare sul fatto che una buona politica in questi ambiti può implicare forme di collaborazione tra privato e pubblico, investimenti, strutture, compartecipazioni. Ma questo può succedere solo dopo che si è accettato di riconoscere l’evidenza. Cosa che siamo lontani dal fare.

Lavoro, immigrati necessari, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 giugno 2019, editoriale, p.1

Una risposta a Come mai abbiamo bisogno di immigrati nonostante la presenza di disoccupati?

  • Salve,

    Abito in Belgio ma vado spesso in Italia trovare i miei.
    Ho cosi potuto comperare uno dei Vs. libbri.

    Tanto per capirci subito, son cosciente di essere nipote di un’emigrato che è stato ACCOLTO all’estero…

    Le realta economiche Italiane e Belghe sono diverse…
    Ma ci vorebbe dunque un’altra risposta alla domanda del titolo ?

    Il link qui sotto è in francese ma dimostra che il tasso di disocupazione e più alto se le personne hanno fatto meno studi. (ovvio da noi direi)

    https://data.oecd.org/fr/emp/emploi-par-niveau-d-etudes.htm.

    Questo verrebbe a dire che il Belgio (o altri paese europei del nord) non abbiamo (più) bisogno della manodopera degli immigrati ?

    Saluti,
    Michel

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