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Digitale uguale internazionale (o meglio, transnazionale). Sul superamento dei confini

Digitalizzazione e internazionalizzazione sono, di fatto, sinonimi. Letteralmente: vogliono dire la stessa cosa. Entrambi i concetti presuppongono un superamento dei confini – se si vuole, la loro fine. Il digitale nasce globale: in sé, proprio. Per la semplice ragione che implica una compressione spazio-temporale. Abolisce le distanze, e abolendo le distanze, abolisce anche il tempo necessario a percorrerle. Con l’espressione “in tempo reale” (un’espressione che usiamo con una certa leggerezza, ma che se ci pensiamo è al contempo surreale e iperreale), senza nemmeno accorgercene ci ritroviamo a sancire nello stesso modo l’abolizione del tempo e quella del movimento, del viaggio: tutto è ora perché tutto è qui. E, banalmente, quando mettiamo il nostro prodotto o servizio online, esso può essere “visto” (e quindi acquistato o utilizzato) da chiunque, oltre qualunque confine: essere ora perché si è qui significa dunque anche essere altrove perché si è in nessun luogo, o se si preferisce in tutti.

Non è filosofia, questa: è esattamente la nostra esperienza quotidiana, tutte le volte che accendiamo un computer o accediamo al nostro smartphone – o meglio, attraverso il nostro smartphone, al mondo. Tanto più quando garantiamo un accesso potenzialmente globale a quanto facciamo (prodotto o servizio, manufatto o ospitalità, frutto della terra – e del nostro lavoro – o invenzione del pensiero), semplicemente mettendolo, come si dice, “su” o “in” internet. L’unico limite pratico, come sappiamo, è quello della lingua: e basta utilizzare la lingua veicolare, l’inglese, per accorgersi che l’accesso è diventato potenzialmente illimitato – senza confini. Il mercato digitale non può dunque che essere internazionale, anzi, transnazionale, anzi globale.

Non stupisce dunque che la sola digitalizzazione favorisca di per sé l’internazionalizzazione del proprio modo di proporsi – anzi, di porsi; anzi, meglio, di essere – sui mercati: e non solo – nella società. E, poiché il mondo con cui maggiormente ci si confronta è – spesso – più digitalizzato di noi, l’internazionalizzazione (il confronto con gli altri) spinge ulteriormente l’accelerazione sulla digitalizzazione (nostra).

Ce ne accorgiamo anche nella vita quotidiana, nelle relazioni sociali e persino nel microcosmo familiare. Non è un caso che i nativi digitali (quelli per cui il digitale è semplicemente “ovvio” perché è il mondo in cui sono nati e si trovano a proprio agio) siano anche intrinsecamente internazionali. Per loro sono i confini ad essere artificiosi: un ostacolo spesso non comprensibile, di cui non si capisce l’utilità e il senso. E il desiderio di superarli (a cominciare dal superare le barriere linguistiche alfabetizzandosi tutti in un inglese magari elementare ma efficace) è intrinseco al loro essere digitali.

Quello che non si coglie (e che produce timori mal riposti), è che essere digitali e dunque proiettati internazionalmente, non è, non dovrebbe essere, considerato antinomico di localizzazione. Di fatto, non lo è: lo sa bene un’impresa che, per quanto digitale, è sempre collocata “in un certo posto”. E l’una cosa (e dunque, l’appartenenza a una certa cultura, a uno specifico genius loci) non è in contraddizione con l’altra. E, anzi, si possono valorizzare reciprocamente. Trasformando un prodotto locale (il made in Italy, ad esempio: in sé e come singoli prodotti) in un brand globale digitalmente conoscibile e “acquisibile”. Ma tutto ciò  presuppone un’idea di cultura come apertura agli altri, non come chiusura in se stessi: non la contemplazione del proprio ombelico, ma, per così dire, la sua valorizzazione attraverso lo sguardo esterno, e il confronto con l’ombelico altrui.

Digitalizzazione uguale abolizione dei confini: tutto è qui e tutto è ora, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 17 giugno 2019, p. 3, rubrica ‘Le parole del Nordest’

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