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Olimpiadi: perché questo paese ha bisogno di sfide

Ho con l’attività sportiva lo stesso rapporto che aveva Churchill, il quale, ormai ultraottantenne, a un intervistatore che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua lucidità, rispose: “Lo sport. Mai fatto”.

Non amo il tifo, che ho sempre considerato, etimologicamente, una malattia (da thyphos: febbre, offuscamento, mentre il latino typhus significa superbia, anch’esso uno stato d’animo malato): da cui – specialmente da adulti – sarebbe necessario guarire.

La montagna la amo più con mite accettazione della sua grandezza che con sfida. Come qualcosa da contemplare, e semmai capace di sollecitare il desiderio di andare più in alto, in modo da vedere rimpicciolite le piccolezze del mondo.

Pure l’inverno lo amo non come luogo dell’azione, ma per i suoi bianchi e i suoi silenzi, la solitudine che accompagna, e il desiderio di calore che rinnova.

Infine, anche lo sci lo apprezzo – da giovane, intensamente, oggi pacatamente – per il rumore lieve che produce, per la capacità introspettiva che induce, senza alcun gusto per la competizione, ma come attività capace di trattenerti felicemente al freddo, all’aria aperta e pungente (e persino nel maltempo e nella tempesta) anche quando il corpo consiglierebbe la ricerca di un riparo.

Eppure – nonostante queste premesse, apparentemente non incoraggianti – ho gioito anch’io, profondamente, per la vittoria di Milano (la città in cui sono nato) e Cortina (la regione che mi ha adottato, le montagne che mi hanno accolto), con l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026.

Non è pensando alla probabile rinnovata ricchezza, che tanto affluirà in mani lontane dalle mie, che ho gioito. Non è pensando alla costruzione di impianti sportivi e opere pubbliche, allo sviluppo pur utile, alla creazione di lavoro necessario, all’afflusso turistico straordinario.

No, se ho gioito per questa candidatura, se ho vissuto un’attesa carica di aspettativa e ho provato un senso profondo di sollievo, è perché mi restituisce un po’ di onore e di orgoglio: di essere italiano, di essere considerato per le qualità che posso esprimere, che credo di avere, che credo che questo paese abbia, ma che vedo umiliate ogni giorno in altri ambiti – dalla politica, dalla burocrazia, dall’ottusità, dal pressapochismo, dall’egoismo senza alcuna visione. Di sentirmi meritevole delle aspettative altrui proprio nel momento in cui sono io a non aspettarmi più niente dal mio stesso paese: sapere che altri, da fuori, ci sperano e contano su di noi, ridà speranza anche a me e a noi.

Gioisco, perché questo nostro paese ha bisogno di vincere delle sfide per non perdere se stesso. Gioisco, perché sento nella carne un bisogno di competizione – sportiva, appunto – come alternativa a un rinunciatario lasciarsi andare, non provarci nemmeno più, da cui mi sento circondato. Gioisco perché le gare sono (dovrebbero essere) il trionfo della velocità e del dinamismo sulla lentezza burocratica, della meritocrazia sulla peggiocrazia invasiva, della tenacia del miglioramento sull’accontentarsi di quel che si è perdonandosi i peggiori difetti, della fatica perseguita per uno scopo rispetto a un inutile affaticarsi senza scopo, dell’apertura al confronto a tutte le latitudini sulla chiusura nella contemplazione del proprio ombelico. E perché adrenalina, emozioni forti, sfide esaltanti – e lo spettacolo esplosivo della loro bellezza – sono precisamente la scossa di cui questo paese ha bisogno, il possibile riscatto da una quotidianità senza grandezza, senza ambizioni, senza emozioni, debole, mediocre, inane, affranta.

Nella speranza che tutto questo da metafora diventi realtà. E che l’illusione di oggi non divenga la delusione di domani.

Olimpiadi del merito italiano, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 giugno 2019, editoriale, p.1

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