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La Germania e noi: l’ambiguo rapporto veneto-tedesco

Siamo ambivalenti, con loro. Certo, li ammiriamo. Se ci dicono che la nostra manifattura è seconda solo alla Germania, e lo è, siamo contenti: è un complimento. Se paragonano il Veneto alla Baviera gongoliamo. Li ricordiamo con commozione e con invidia quando abbiamo a che fare con la nostra burocrazia. Sogniamo nottetempo il loro welfare. Facciamo cenni rispettosi e ostentati alla loro efficienza, alla pulizia, all’organizzazione: già anche solo quando attraversiamo la linea di confine tra la provincia di Trento e quella di Bolzano. E giù confronti impietosi: per noi – al limite dell’autoflagellazione.

Poi basta la minima osservazione critica dello Spiegel o della Zeit – su come (non) funziona Venezia o sulla nostra politica – per far scattare il riflesso condizionato, il coro antitedesco, la reazione scomposta, persino il richiamo al più tragico dei passati, quello nazista. Il parallelo si ripete a ogni comportamento che accenni minimamente, non dico all’autoritarismo, ma a una certa leadership sugli altri: che la Germania, peraltro, si è conquistata sul campo, per dimensioni – è pur sempre il paese più grande e l’economia più importante d’Europa – e per propria capacità. “Crucco” è del resto parola spregiativa che richiama a una certa ottusità: anche se deriva semplicemente dalla parola “pane” (kruh in serbocroato) che i soldati austriaci e jugoslavi chiedevano ai contadini.

Insomma, li stimiamo molto, ma forse non li amiamo del tutto. Forse, sotto sotto, ne invidiamo il senso di comunità e di nazione, che noi, più che averlo perduto, non abbiamo mai avuto: pur derivando entrambi, lo stato tedesco e lo stato italiano, dall’unificazione di molti staterelli e disparate individualità. Loro lo stato l’hanno costruito davvero, noi l’abbiamo subìto. Loro sono riusciti a costruire un paese pluralista, anche sul piano religioso, capace di far convivere una maggioranza protestante e una minoranza cattolica, e quindi anche altre minoranze, incluse quelle in passato perseguitate. Noi siamo stati sempre un monopolio cattolico, con la chiesa, fino a tempi recenti, dominante, come ruolo e funzione, sullo stato. Ammiriamo la capacità di visione e l’efficace programmazione con cui la Germania ha perseguito l’unificazione a Est, ma ci siamo sempre ben guardati dal volere un’integrazione maggiore con il Sud. Così come giriamo lo sguardo quando si fanno notare le efficaci politiche di integrazione degli immigrati, frutto anche di adeguati investimenti, che hanno reso la Germania più forte economicamente e le hanno fatto cambiare il tragico destino demografico che invece ancora incombe sull’Italia: eravamo i paesi più vecchi d’Europa (e, con il Giappone, del mondo) – oggi l’Italia è rimasta da sola.

Abbiamo un rapporto storico con quell’area culturale e linguistica: non fosse perché ci confiniamo, attraverso l’Austria. Il Fontego dei Tedeschi risale al XIII secolo (ma Venezia era accorta ed ecumenica: il Fondaco dei Turchi risale allo stesso periodo ed aveva la medesima importanza), ed era la base del rapporto con un’intera area commerciale – destino che simbolicamente ha mantenuto oggi, che è diventato un centro commerciale (il fatto che venne ricostruito, dopo l’incendio che lo distrusse nel 1505, seguendo un progetto di Girolamo Tedesco, ci ricorda anche la diffusione, maggiore in Veneto che altrove, di cognomi come Tedesco, Todesco, Todeschin e Todisco).

Oggi il rapporto ha altre forme, in parte subalterne, o meglio di dipendenza da quel mondo. Aspettiamo quindi con trepidazione la stagione turistica per accoglierli sul Garda, sulle spiagge, o nelle Dolomiti. E lavoriamo moltissimo per loro: a servizio dei loro prodotti, cui forniamo valore aggiunto, vendendo loro manualità, tecnica e Italian style, per poi subire il fascino del loro, di stile (nell’automobile, sopra ogni cosa – nei confronti della quale abbiamo un senso di inferiorità quasi infantile, al limite della venerazione). I loro successi diventano dunque anche i nostri. Purtroppo, di converso, anche le loro crisi o i loro rallentamenti hanno effetti su di noi.

Tedesco, t’odio e t’amo. Ma i loro successi diventano anche i nostri, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3

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