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RICOMPOSIZIONE – Un nuovo paesaggio nel fronte progressista

RICOMPOSIZIONE

Un nuovo paesaggio nel fronte progressista


Il nucleo di questo testo risale a oltre un anno fa: non è dunque figlio delle contingenze, ma frutto di una riflessione di lungo periodo (in parte uscita in articoli scritti all’epoca delle polemiche sulla presenza della delegazione PD al funerale delle vittime del crollo del ponte Morandi). Il resto ha circolato in gruppi ristretti a inizio 2019. Il primo paragrafo (ultimo in ordine di scrittura) è successivo alla presentazione del nuovo governo. I nomi propri dei protagonisti (persone e partiti) di una possibile diversa configurazione del fronte progressista, presenti nell’ultimo paragrafo, sono aggiunte dell’ultima ora…


La situazione politica presente: sul governo M5S-PD

In poche settimane, praticamente in pochi giorni, lo scenario politico italiano è cambiato radicalmente. Siamo passati da un governo sovranista, anti-europeista, anti-atlantista, xenofobo (e molte altre cose, tra cui dilettantesco: una con-fusione di pulsioni tra loro contraddittorie sublimata in un contratto che le sommava senza mediarle) a un governo che si colloca apparentemente all’opposto di questa congerie ideologica. Nelle parole di chi era contrario all’uno o all’altro (discutibili, soprattutto per il giudizio sul secondo): dal governo più a destra a quello più a sinistra della storia d’Italia.

Entrambi improbabili, entrambi non previsti e non prevedibili prima delle elezioni, entrambi non presentati e non proposti agli elettori, entrambi creature parlamentari: entrambi guidati dallo stesso presidente del consiglio.

La deriva che stava prendendo il paese sotto la guida sostanziale di Matteo Salvini e della Lega era indubbiamente preoccupante. Sarebbe stato ancora più preoccupante, probabilmente, l’esito di una elezione svolta con larghissimo anticipo, con i tempi e l’agenda dettate dal leader della Lega, e con il medesimo al ministero degli Interni, dai cui ambiti istituzionali ha dimostrato di debordare ampiamente durante tutto il suo breve mandato. E’ quindi certamente stato utile al paese il clamoroso autogol con cui Salvini si è messo da solo all’opposizione, e la conseguente nascita di un nuovo governo che potremmo chiamare di “decantazione”, capace di traghettarci alle prossime elezioni, in qualunque momento esse vengano indette (alla scadenza naturale della legislatura o, probabilmente, prima). Meno probabile è che – gravato dai limiti politici e personali interni all’unico partito presente in entrambi i governi, ma anche dai limiti stessi del PD – questo governo possa avere un passo riformista all’altezza delle necessità del paese, e che questa alleanza nata tatticamente possa essere anche alleanza strategica utile nel quadro politico a venire. E’ troppo presto, in ogni caso, per poter dare un giudizio. E qualche riflessione dal passato bisogna pur trarla.

Uno sguardo sul passato recente: il consenso per il governo gialloverde

Il governo costituito dalla alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle ha goduto di un ampio consenso popolare: lo attestavano i sondaggi, e l’aria che si respirava nel Paese.

A dispetto di tutto – errori marchiani, voltafaccia repentini, conflittualità interna che non aveva nulla da invidiare ai governi della prima e della seconda repubblica (anzi, maggiore: e in crescita, man mano che si avvicinavano scadenze elettorali anche minori) – e della stessa caratteristica costitutiva di un “contratto” che non era stato proposto al paese né votato alle elezioni, come del resto non lo era l’alleanza che lo aveva generato, il governo a trazione gialloverde ha intercettato il gradimento di una parte importante, forse maggioritaria, del paese. Se è caduto, dunque, non è stato per mancanza di consenso (e men che meno per una qualche iniziativa dell’opposizione): ma perché uno dei due contraenti – la Lega – e soprattutto uno dei suoi leader – Salvini – aveva fatto il conto (sbagliato: ma vedremo se del tutto sbagliato solo a medio termine) di capitalizzare il consenso ottenuto attraverso nuove elezioni, cambiando la maggioranza di governo.

Poi, va anche detto, i cicli politici sono oggi molto più rapidi, e i declini si succedono alle ascese con sempre maggiore rapidità. Ma non c’è dubbio che questo consenso fosse un dato che si respirava nel paese, nella pubblica opinione, nei media, fino agli ultimi giorni di vita della compagine governativa. Poi, come sempre succede, il trasformismo – che è un dato costante non della politica italiana, ma della sua cultura, e quindi è popolare e trasversale – e l’opportunismo fa sì che il leader in carica abbia sempre (inizialmente) il vento in poppa, oggetto di tutte le adulazioni immaginabili, e quello in disgrazia perda rapidamente consensi. Ma vedremo cosa succederà.

Indicativo è stato poi l’andamento del consenso per i partiti che componevano il governo. Il calo dei consensi al M5S, evidenziato dai sondaggi, è stato più che compensato dalla grande crescita di consensi che ha premiato la Lega e ancor più il suo leader, il vero uomo forte di quel governo. Se dunque oggi l’alleanza tatticamente è caduta – come tatticamente era nata – sappiamo che un ritorno al governo di Salvini potrà avvenire, a questo punto, solo con un ritorno al governo del centro-destra: a parti invertite rispetto al passato, quindi – a trazione ed inevitabile egemonia leghista.

Un’ideologia da capire e a cui rispondere

Lo sconcertante mix di arroganza e incompetenza, di totale ignoranza delle basi storiche della democrazia e di sostanziale disprezzo per la cultura, che il precedente governo e il ceto politico che lo esprimeva, ci hanno proposto in molte forme, le prospettive verso cui ci guidava (o la loro mancanza), l’inesistenza di qualsiasi riflessione di scenario e consapevolezza dell’importanza di scelte strategiche forti e radicali, lo stile che ha imposto, il totale ripiegamento e l’esaurirsi dell’azione politica a una mera sequenza di tatticismi volti all’inseguimento di un consenso di breve e brevissimo termine (quello dei tweet e dei post, nemmeno quello dei sondaggi), si riproporranno – molto presto – in altro modo. Ma soprattutto queste dinamiche hanno messo in luce un dato di fatto difficilmente eludibile: che certe parole d’ordine, e un certo stile politico, sono sembrati comunque piacere a una parte significativa di elettorato, che evidentemente interpretava e rappresentava meglio di chiunque altro. Ed è con questo sentimento, tuttora fortemente presente nel paese, che bisogna fare i conti: quale che sia il governo in carica.

Dai temi dei diritti a quelli dell’economia, dalle scelte e le alleanze di politica internazionale ai fondamentali e alla idea stessa di democrazia, l’alleanza gialloverde, nel periodo di governo, ha rischiato di portare il paese in direzioni molto diverse se non opposte rispetto a quelle del passato (dal punto di vista del precedente governo, a giusto titolo, essendosi autodenominato “governo del cambiamento”); con modalità che per certi aspetti non temeremmo di qualificare come eversive, e senza che nel paese fosse avvenuta una ampia discussione pubblica su tutte queste scelte. Il paese – e l’opposizione di ieri, oggi per metà al governo – è sembrato anzi gravemente inconsapevole della profondità e delle implicazioni del cambiamento che era in atto.

Di questo ampio consenso per modi di far politica certamente innovativi, e in egual misura problematici, occorre cominciare a prendere atto, interrogarsi profondamente sulle sue motivazioni, e cominciare a rispondere alle sue domande, preparando una alternativa credibile.

Costruire l’alternativa

Alternativa che è lungi anche solo dall’essere pensata. L’opposizione al governo Lega-M5S è stata – con la parziale e occasionale eccezione dell’attività parlamentare, ma senza alcuna capacità di parlare al paese – completamente silente, afona, incapace persino di cogliere le implicazioni e l’ampiezza del cambiamento in atto, e ancor più di rispondere ad esso con un minimo di efficacia, riuscendo a proporre e a far intravedere all’elettorato una qualsiasi idea di alternativa. Il grosso della sua attività – con una prassi comunicativamente oltre che politicamente suicida – è consistito nel rilanciare le parole d’ordine del governo, accompagnandole con un commento negativo, un anatema capace di convincere solo i già convinti, o quando andava bene una critica specifica, nel merito, quasi mai accompagnata da una proposta alternativa. Ma senza la capacità di elaborare, e ancora meno di trasmettere, alcuna propria idea di società da contrapporre a quella proposta dal governo, o dalle sue due componenti costitutive. Con il risultato che, oggi, che l’opposizione di ieri (almeno per quel che riguarda il PD) è al governo, questa idea non c’è, non si sente, non incontra il paese – e quindi, ovviamente, non è percepita.

Per certi versi, c’è stata – e c’è ancora – più opposizione nella società che nei partiti di opposizione (di ieri, ma forse anche di oggi): e durante il periodo del governo gialloverde ha cominciato a usare le stesse strategie dei partiti, dalle raccolte di firme alle riunioni alle manifestazioni di piazza. Segno della percepita inutilità dei partiti: neanche più interlocutori, ma direttamente scavalcati – percepiti più come un fastidio o addirittura un ostacolo che non come utili e necessari compagni di strada.

Se l’opposizione di ieri non ha funzionato, e non ha svolto il suo fondamentale ruolo di garanzia e di preparazione dell’alternanza (che infatti non è stata progettata e perseguita: è accaduta), occorre costruirne una nuova, diversa, dotata di criteri guida di interpretazione della società, di una prospettiva politica praticabile da proporre, di una forte autonomia rispetto al precedente e all’attuale governo, e capace infine di far sentire la propria voce in maniera efficace. In attesa di diventare governo: possibilmente, in una alleanza credibile e non posticcia, non “anti” (qualcosa o qualcuno) ma “per” un’idea di paese diverso. Diverso anche da quello rappresentato dal governo giallorosso.

L’inesistente (per ora) alternativa di destra

C’è stata anche un’opposizione di e da destra al governo gialloverde: che tuttavia non ha fatto opposizione al governo, ma solo a una sua parte, il M5S. Essa è stata infatti essenzialmente motivata dal desiderio di tornare al governo, accettando o comunque subendo la guida e l’egemonia leghista: assai lontana tanto dall’anima conservatrice che da quella liberale delle destre europee. Solo una destra di testimonianza, assolutamente minoritaria nel paese e in parlamento, è stata critica anche verso la novità sovranista, apertamente illiberale, rappresentata dalla Lega. Così come sostanzialmente inesistente nel dibattito pubblico è stata quella parte di opinione che sosteneva l’autentica vocazione autonomista una volta rappresentata dalla Lega (che non è mai stata appannaggio solo di essa, peraltro, e ha avuto in passato un’ampia componente progressista) e che durante l’esperienza di governo in cui aveva ai vertici il “suo” partito ha visto rimosse (o rimandate – di fatto subordinate ad altre priorità) le sue ragioni, che pure sono state determinanti per portare buona parte del ceto politico leghista in parlamento. Anche in questo ambito, si è fatto finta di plaudere a finte promesse senza conseguenze reali.

Oggi che la Lega è all’opposizione, e di fatto guida la coalizione di centro-destra (sempre più caratterizzata a destra che al centro), qualsiasi possibilità di vedere emergere la sua componente liberale come maggioritaria è illusoria.

Non è dunque da questo mondo che ci si può aspettare una alternativa di sostanza all’attuale governo, almeno per ora: anche se non mancano i fermenti critici. E neanche una alternativa di pensiero, di visione.

Il declino irreversibile del Partito Democratico

Il principale attore dell’opposizione ieri, e del governo oggi, è – avrebbe dovuto essere – il Partito Democratico. Ed è stato quello palesemente più in crisi: di senso, e di rappresentanza, prima ancora che di proposta.

Più gravemente, il PD sembra rappresentare un partito giunto alla fine del suo ciclo. Un partito forse veramente mai nato, frutto di una coraggiosa intuizione – quella di riunire in una casa comune le due principali fonti del riformismo della stagione matura della democrazia italiana (quello cattolico popolare e quello socialista e post-comunista, all’ingrosso) – mai veramente praticata: e in cui buona parte del suo ceto dirigente non ha mai seriamente creduto, ma su cui ha solo tatticamente scommesso, salvaguardando ciascuno le sue posizioni. Tanto che i nativi democratici (quelli che credevano nel progetto e nei suoi sviluppi futuri più che identificarsi nelle radici passate) sono stati i primi a disilludersi e ad andarsene, e non sono mai veramente stati dominanti – culturalmente e nell’apparato (anche per limiti organizzativi propri). Oggi sembra impossibile poter recuperare quell’elettorato: stanco, disilluso, marginalizzato, offeso, disincantato.

Forse possiamo spiegarla così. I marchi, anche in politica, hanno una loro reputazione, magari non sempre razionalmente spiegabile. E così come inspiegabilmente (talvolta) hanno un successo travolgente e inimmaginabile, così, in un batter d’occhio, e persino al di là di qualsiasi ragione, merito o demerito, possono perderla. Al punto che riproporli così come sono rischia di essere un’operazione in perdita, controproducente. Oggi il marchio Partito Democratico, così com’è, non è più in grado di coinvolgere un elettorato dimensionalmente significativo (ricordiamo la vocazione maggioritaria?) in un progetto di trasformazione radicale, un’idea di futuro: può rimanere importante come ambito di appartenenza e legame con un passato più o meno glorioso, per una fetta di elettorato ancora significativa ma comunque in calo tendenziale, anche per motivi anagrafici.

Siamo in uno di quei momenti storici in cui delle cose finiscono: magari senza ragione, ma inesorabilmente si consumano. Come accade agli amori incapaci di ritrovare le ragioni della propria esistenza. Non è nemmeno più questione di leader. E’ il brand in quanto tale che ha perso caratterizzazione e capacità di seduzione. La caratteristica dominante dell’attuale segreteria Zingaretti, peraltro (ma più profondamente, del partito), non è una diversa proposta rispetto al passato: ma l’inesistenza di una proposta caratterizzante, dovuta anche (ma non solo) alla necessità di tenere un equilibrio tra componenti in lotta permanente. E la retorica sulla comunità, sul noi, tanto spesso evocata, è sempre stata appunto tale – mera retorica: a coprire molti e diversi noi, e io, tra loro in conflitto.

Si ha la sensazione che non possa essere altrimenti: che questa debba essere la cifra caratterizzante (o non caratterizzante) di un partito che, senza alcuna vera riflessione, rilettura del passato, e analisi del presente, è passato attraverso leadership tra loro diversissime, senza veramente cambiare, e cercando di tenere insieme, sotto la medesima etichetta, realtà e persone che viaggiano ognuna per conto proprio, molte senza sapere verso dove né, veramente, perché. Non può dunque destare sorpresa, né scandalo, il constatare come molte forze riformiste del paese, in passato anche vicine (o interne) al PD, non si sentano da esso più rappresentate.

Oggi lo possiamo dire: se per dieci anni le ragioni dello stare insieme tra culture diverse non hanno potuto, saputo o voluto prevalere, e non si è stati in grado di produrre una sintesi politica innovativa, è il caso di prenderne atto. Nessun matrimonio può reggere tanto a lungo in condizioni simili senza portare a un logoramento progressivo e a un’infertilità sostanziale.

Seppur dolorosa, la perdita di alcune sue componenti, se non la separazione delle sue diverse anime – proprio perché non hanno saputo trasformarsi e amalgamarsi – costituirebbe oggi il male minore. E forse perfino un’opportunità. Anche per il PD stesso. Anche perché nel frattempo molti tra i democratici più convinti, i nativi democratici – e parlo dei simpatizzanti e degli elettori – se ne sono semplicemente già andati: e non torneranno più. Qualcuno magari voterà ancora PD: per non saper che fare, per stanchezza, per l’inesistenza di alternative, e montanellianamente turandosi il naso, di fronte a pericoli maggiori – come è avvenuto anche alle elezioni europee. Altri, neanche più questo. Molti elettori – e molta militanza – se ne sono già andati, in silenzio. E oggi sono altrove: alcuni del tutto demotivati e rifugiati nell’astensionismo, altri alla ricerca di qualcos’altro. Per usare una metafora utilizzata in passato a proposito della Chiesa, è avvenuto uno “scisma sommerso”. In larga parte irrecuperabile, ormai. Se non da parte di altri soggetti.

Anche a seguito del quadro elettorale sempre più proporzionalistico che si delinea (con poche resistenze anche dall’interno del PD nato maggioritario) è bene, dunque, che chi se la sente, pensa ci sia ancora qualcosa da salvare e le condizioni per farlo, e ha contenuti da proporre, lavori per salvaguardare e se possibile cambiare il PD. Chi non se la sente (più), perché percepisce che non ci sono le condizioni per rinnovare e rifondare il partito dall’interno, e ha qualcosa da proporre con altri e in altro modo, è meglio che lavori per la creazione di un nuovo soggetto politico (o magari più di uno): anche se ha fatto parte (finora) del PD. Nella prospettiva a medio termine di un lavoro su un progetto riformista comune, se possibile.

La sinistra a sinistra del PD

Quando parliamo di nuovo soggetto politico necessario, non ci riferiamo a una forza di sinistra radicale, o a una possibile riunificazione con la sinistra a sinistra del PD, per la quale – nel suo pezzo rimasto nel PD – permane una nostalgia di riunione che potrà peraltro essere eventualmente soddisfatta una volta uscita la sua componente liberal-progressista. Su quest’area basta un accenno. Non si discute la sua legittimità o le sue potenzialità: ma l’inconsistenza politica, prima ancora dell’irrilevanza elettorale, già dimostrate nei tentativi passati e recenti di ricompattarsi in nuovi soggetti politici che non hanno mai oltrepassato la forma del cartello elettorale, indebolito da personalismi inscalfibili, mai peraltro premiato da alcun successo in termini di voti. Le divisioni ideologiche insuperabili quanto inconcludenti, la vocazione al frammento, oggi persino le tentazioni sovraniste e populiste che cercano di cavalcare da sinistra argomenti che cavalca assai meglio la destra, rendono quest’area (intesa come galassia di micro-partiti), al momento, inutilizzabile ai fini di un disegno riformista, che peraltro avverserebbe. Mentre ci sono – sempre in quest’area – e bisogna saper cogliere, utili riflessioni, ottime energie di impegno, elaborazioni teoriche interessanti e originali, capacità di mobilitazione sociale, e una riserva di valori da rispettare, a cui attingere, e se possibile da coinvolgere. C’è soprattutto, in divenire, una nuova mobilitazione a maggiore caratterizzazione ambientalista, che non è nemmeno più figlia di quest’area ma ne coinvolge alcuni elementi e alcune teorizzazioni, che potrà anch’essa elaborare un contenitore nuovo: al suo interno ci sono fermenti in questo senso. Ma per ora è scarsamente attrattiva per la componente liberal-progressista in uscita dal PD. E’ utile dunque che quest’area continui a coltivare la propria autonomia di pensiero, cercando forme più efficaci di elaborazione, rappresentanza ed azione: magari, un giorno, sarà possibile riconnetterla a un insieme di soggetti più ampio, in un fronte progressista che si immagini di governo.

Oltre il recinto: ciò che non è stato

Che cosa si può fare, allora? Un modo intelligente sarebbe stato quello di andare oltre il recinto delle appartenenze. Il Partito Democratico avrebbe dovuto aprirsi – al di fuori di se stesso, e dunque anche della propria sigla – ai ceti produttivi, ai delusi delle stagioni precedenti, all’area che ha abbandonato l’impegno e persino il voto. Non con una sommatoria politicista di sigle già esistenti, spesso peraltro irrilevanti, ma in un qualcosa del tutto nuovo, anche come genesi, in cui le sigle antiche – incluso il PD stesso – potessero sciogliersi con dignità (o rimanere come componente, tra tante), senza recriminazioni o processi o accuse, ma anche senza più alcuna pretesa di egemonia culturale, di guida, e tanto meno di scelta di dirigenti e rappresentanti (troppe facce del passato – persino incolpevoli – sono oramai inguardabili e i loro nomi impronunciabili, e dunque invotabili). E’ ciò che molti hanno evocato in modi diversi, immaginando un contenitore altro e oltre il PD, capace di fornire uno strumento politico a chi non si sente rappresentato (ed è anche con buone ragioni spaventato) dalla prospettiva sovranista o dal populismo pentastellato, e già aveva cominciato – durante il governo gialloverde – ad impegnarsi, a riunirsi, e persino ad andare in piazza, al posto e senza l’accompagnamento dei partiti. Una proposta – questa di andare oltre il PD – che avrebbe dovuto vedere al proprio interno un rinnovamento radicale di personale politico e di rappresentanza elettorale, che intercettasse le novità emerse nella società: tante personalità nuove, quindi, a rappresentare professioni, categorie, tendenze, modi di sentire, culture, diversità, capaci di intestarsi la rivoluzione culturale dell’ascolto e della competenza, ma anche del lavorare insieme, che l’attuale ceto dirigente del PD ha già mostrato ampiamente di essere incapace di produrre.

Tutto questo, tuttavia, non è accaduto, e non accadrà. Questa consapevolezza è rimasta estranea alla grande maggioranza del ceto politico del PD (interessava, probabilmente, molti militanti, sostenitori ed elettori: ma chi li ascolta?). Al massimo, come già accaduto per le elezioni europee, ci si potrà aspettare qualche candidatura di bandiera, nelle liste del PD, di qualche personalità di rilievo, alla stregua degli “indipendenti di sinistra” del passato. Per il resto, un partito balcanizzato in gruppi dirigenti contrapposti continuerà a muoversi per eleggere ciascuno i suoi rappresentanti, tanto più oggi che gli aspiranti sono sempre lo stesso numero, ma i posti disponibili in calo a seguito del calo di consenso, e il bisogno di posizionarsi nelle rispettive subculture di riferimento riemerge in maniera prepotente.

La sensazione è che anche l’attuale dirigenza del PD preferisca la prospettiva di governare su un partito in calo percentuale che diventare parte (che è diverso dal mettersi alla testa) di un disegno di rappresentanza potenzialmente più ampio. Si preferisce presidiare un territorio elettorale attualmente del 20%, o del 18 (ma forse del 15, e domani chissà…) che aspirare ad essere componente, senza possibilità di controllo, di un territorio più ampio, e in potenziale sviluppo. E, in questo momento storico, questo si chiama miopia e mancanza di visione: ed evoca una leadership non all’altezza del proprio ruolo. Non si capisce che non c’è alcuna prospettiva realistica di allargare significativamente l’area del PD in quanto tale, e che bisognerebbe invece costruire un recinto più largo. Ecco perché, a questo punto, anche questo scenario, pur ragionevole, non è più percorribile. E quindi è da immaginare e auspicare una ricomposizione del quadro politico attuale.

Scomporre per ricomporre: il bisogno di nuove formazioni progressiste

Il PD dovrà risolvere i suoi problemi, se ci riuscirà, cercando almeno di presidiare l’eredità di elettorato che gli è rimasta, e che è una risorsa importante e imprescindibile per qualsiasi disegno riformista in questo paese. A questo processo bisogna guardare con rispetto, ma anche con realismo: prendendo atto che, in prospettiva, il PD diventerà solo una componente (e non necessariamente la principale: questo lo decideranno le urne) dell’opposizione progressista del futuro. E’ utile invece – tanto più, oggi, in un quadro che si delinea come proporzionale, che renderebbe questa ipotesi anche elettoralmente conveniente (due o più partiti nell’area di centro-sinistra raccoglierebbero più consenso di quanto potrebbe raccoglierne uno solo) – che si realizzi una nuova formazione, e forse più di una: e ci pare che gli ambiti più promettenti siano quello liberale e quello ambientalista.

Cominciamo dal primo. C’è una domanda palpabile di una proposta liberale, riformista, aperta, innovatrice, sostenuta da culture sociali solide (quella cattolica, ma anche le culture laiche che si incrociano sul terreno di un riformismo inclusivo) e che non abbia paura delle competenze (di cui hanno invece paura le attuali forze politiche, di governo e di opposizione) e anzi le rivendichi, le proponga e le usi per articolare seriamente la propria proposta politica. Quello che manca è l’offerta.

Ci pare che nella società i fermenti, e il desiderio di organizzarli e di aiutarli a trovare una rappresentanza, non manchino. Le insofferenze del mondo cattolico, anche organizzato (uno dei pochi mondi culturali e sociali che mantiene una riserva di valori saldamente ancorati a un quadro democratico e capaci di proposte praticabili, oltre che capace di fare quel lavoro pre-politico che altri soggetti non fanno più), ci paiono testimoniarlo con chiarezza. Così come le tensioni e la ricerca di orientamento e di rappresentanza del mondo del lavoro, delle professioni, dei ceti produttivi, di tutti coloro che producono la ricchezza su cui il paese si sostiene. Così come le insofferenze del mondo del volontariato e del terzo settore, che vede colpite le sue stesse ragioni d’essere valoriali. Così come i corpi intermedi che cercano di mantenere coesione e capacità di risposta e di proposta in un panorama di disintermediazione distruttiva. Per finire con un mondo della cultura, dell’istruzione e della ricerca, dell’innovazione, oggi incompreso, umiliato e marginalizzato. E senza dimenticare un pezzo di ceto politico-amministrativo impegnato a salvare il salvabile, a cercare di tenere in piedi il tessuto sociale, a cercare occasioni di riscatto per i propri territori, di varia provenienza – incluso dello stesso PD: iscritti, amministratori locali, e anche dirigenti, amareggiati e delusi dai propri stessi rappresentanti, e convinti che sia ormai una battaglia persa cercare di cambiare il PD dall’interno.

Questa potrebbe e dovrebbe essere una prospettiva capace di unire costruttivamente – pensando agli elettorati, non all’attuale ceto degli eletti – molte forze sociali e riserve di impegno oggi in cerca di rappresentanza: elettori liberali, cattolici, progressisti, delusi di tentativi e partiti esistenti (dal PD a FI a molto elettorato che localmente si impegna in un civismo vivace e in un associazionismo valoriale che non trova rispondenza a livello partitico) e cercatori di nuovi orizzonti di senso.

In un mondo ideale questo sarebbe il cantiere di una casa riformista che possa offrire agli italiani che non si identificano con i principali partiti di governo e di opposizione (i protagonisti dell’attuale tripolarismo: Lega, M5S e PD) la prospettiva di una casa comune ospitale e vivibile. E, forse, un anno fa c’erano le condizioni per provare a costruirlo. Oggi non più, anche perché di nuovi soggetti, in quest’area, ormai ce ne sono diversi: almeno tre, con prospettive e leadership diverse.

Quello formatosi storicamente per primo è anche quello meno conosciuto: Demos, formazione cattolica, ispirata dalla Comunità di Sant’Egidio (che ha sempre promosso anche un impegno politico dei cattolici in campo democratico-progressista), animata da Mario Giro, ex-sottosegretario nei governi Renzi e Gentiloni. Non un partito dei cattolici, ma un piccolo movimento di impegno politico che ha portato alla elezione con una cospicua dote di preferenze del medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, alle elezioni europee, nelle liste del PD: e che intende misurarsi, dove possibile, alle prossime scadenze elettorali regionali. C’è infatti un pezzo di mondo cattolico democratico che in parte, in passato, si era impegnato anche nel PD, che oggi non riuscirebbe più a starci, con tutta la buona volontà. Non tanto per un qualche problema di dissonanza valoriale: ma per palese, evidente inutilità del rimanerci senza essere percepiti. Accade così che anche tra chi, da cattolico, è sempre stato contrario a un partito dei cattolici – che in passato significava Democrazia Cristiana – oggi, che i cattolici consapevoli sono diventati una minoranza sia culturale che politica, che non hanno quasi più alcun vero potere, nei partiti attuali, se non quello della testimonianza individuale (e semmai sono solo blanditi e strumentalizzati – come lo sono i loro simboli, a cominciare dal crocifisso – ma mai veramente ascoltati e men che meno compresi), si cominci a immaginare che una forza politica che vedesse un nucleo solido ma non esclusivo né escludente anche di cattolici in politica potrebbe giocare il suo ruolo, ed avere il suo senso, in questa temperie.

Il secondo soggetto già in campo è Siamo Europei di Carlo Calenda, nato in fase pre-elettorale qualche mese fa. Anch’egli eletto trionfalmente alle elezioni europee come capolista delle liste del PD nel Nordest, ha portato in dote al partito moltissimi voti personali. Molti elettori l’avrebbero voluto come leader di partito già da prima, e sarebbe stato possibile maturare per le europee un accordo anche con Demos e +Europa (e altri, minori) per costruire già da quelle elezioni un soggetto politico autonomo. Come sempre, i personalismi e le ambizioni di farcela da soli, hanno impedito tale accordo (con un risultato disastroso anche per chi si è presentato autonomamente alle elezioni, come il partito di Emma Bonino, che oggi ha forse motivo di ripensamento). Calenda ha giocato quindi le sue carte portando il suo movimento nel PD, da battitore libero. E ha colto l’occasione del governo PD-M5S, cui era contrario (ma avrebbe potuto essere un’altra: le tensioni erano continue), per mettersi in gioco autonomamente.

Il terzo soggetto, il più recente, è Italia Viva di Matteo Renzi. Nato, a differenza degli altri due, da una operazione parlamentare dall’alto, potrebbe naturalmente giocare un ruolo, forse quello principale, in quest’area. In cui sono possibili, ad oggi, tutte le ricomposizioni: anche con qualche apporto, diciamo, da destra – critico e preoccupato dell’attuale egemonia sovranista in quel campo.

C’è però un altro ambito che potrebbe essere promettente, ed è molto vivace in altri paesi europei. Un’offerta politica di stampo ambientalista, pragmatica, tecnologicamente ben equipaggiata, non pregiudizialmente contraria allo sviluppo e al mercato, progressista e liberal nei suoi valori di riferimento. In Italia l’ambientalismo, fortemente ideologizzato e minoritario per vocazione, si è lasciato fagocitare in passato nell’area della sinistra radicale, del “no” pregiudiziale e spesso pre-industriale. Ma una domanda diversa – cui, anche qui, non corrisponde ancora un’offerta politica – potrebbe avere un suo spazio. Il soggetto politico formalmente non c’è ancora: i fermenti, sì, e il nome di Elly Schlein, insieme ad altri, ne potrebbe rappresentare una possibile leadership.

Uno scenario in rapida ri-definizione

Si può comprendere il riflesso condizionato o lo stupore sconcertato di molti, abituati al vecchio scenario: ancora con l’idea che separazioni e scissioni siano sempre negative (atteggiamento spesso inconsapevolmente moralistico: ma non diverso da quello che ha accompagnato il riconoscimento del divorzio, ormai invece, nel privato, acquisito). Ma la stagione dei grandi soggetti onniinclusivi, almeno a sinistra, è – per ora – finita: semplicemente, non ha funzionato. E, oggi, sono più i realisti delusi dei nostalgici. Bisogna prenderne atto.

C’è un lavoro pre-politico, valoriale, culturale e sociale, da fare, prima di ogni altra cosa. Bisogna cominciare a prepararsi.

Qualcuno questo lavoro di (ri-)costruzione lo farà nel PD (è più un auspicio che una previsione: ma la lezione delle scissioni può insegnare qualcosa). Qualcun altro, stanco di aspettare lo scioglimento dei suoi nodi interni, lo farà al di fuori di esso, nell’una o nell’altra delle formazioni in divenire. E chi avrà più filo tesserà di più. E’ importante che l’uno non demonizzi l’altro, e in una logica di mutuo supporto – insieme ad altre forze, anch’esse in fase di rapida riconfigurazione – possano convergere, ce ne fosse l’occasione, nella direzione della costruzione di una nuova possibile alternativa di cui il paese ha bisogno (alternativa anche all’attuale governo, che troppi, troppo rapidamente, si stanno accomodando a considerare la base – fragile – di un’alleanza anche per il futuro). A queste condizioni, a guadagnarci sarà tutta l’area di pensiero, culturale prima ancora che politica, che non si riconosce nel populismo sovranista o d’altro genere.

La traversata nel deserto sarà lunga. E’ bene che questo tempo, il fronte liberale, ambientalista e progressista lo usi per ripensare se stesso: le fondamenta su cui ricostruire (i suoi valori), le pietre con cui farlo (i mezzi, gli strumenti, e dunque le forme e le forze politiche – ma anche le leadership), gli orizzonti verso cui guardare (le prospettive di ampio respiro: quale Europa, quale giustizia sociale, quale democrazia…), le possibili future collaborazioni e ricomposizioni. Magari in vista di un unico nuovo soggetto politico, concorrenziale – nello stesso fronte – al PD: ma senza il dogma di dover per forza arrivare a questo risultato. Come tutte le traversate del deserto, anche questa può e deve essere tempo di preparazione. Per costruire una nuova visione e dare ai propri obiettivi una prospettiva concreta. Prima o poi, alle elezioni ci si dovrà andare. E bisognerà avere un’idea di paese da proporre e su cui richiedere consenso.

Stefano Allievi

20 settembre 2019

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