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I millennials e noi: un confronto tra generazioni

Nella nostra libido definitoria li abbiamo chiamati in molti modi: Me generation, Net generation, generazione Peter Pan, generazione Y (che segue la generazione X nata tra i ’60 e gli ’80, e precede la generazione Z nata dopo il 2000 – la domanda è come si chiamerà la prossima: si ricomincerà dalla A?). Ma l’espressione più diffusa è quella di Millennials,  a definire i nati tra gli anni ’80 e la fine del millennio, appunto. La prima generazione digitale, low cost, online, social (nel senso dei network), i nativi del nuovo mondo ipermobile e interconnesso H24 (mentre noi ne siamo gli immigrati). Più semplicemente: i nostri figli e, ormai, i nostri nipoti. La generazione cresciuta nell’era del computer e nutritasi di videogame (i loro padri tendono a enfatizzare gli aspetti più evidenti ma spesso più superficiali di novità, dimenticandosi del resto – come tutti, sono onnivori, e si sono nutriti di molte altre cose); quelli incapaci di staccarsi dalle loro protesi tecnologiche (come se noi, i loro genitori, ne fossimo capaci, e non fossimo noi a dare il cattivo esempio con le pessime pratiche che attribuiamo loro – siamo noi, come tutti i neofiti, i tecnoentusiasti, spesso ingenui, in realtà).

Già il bisogno di definirli come altra cosa la dice lunga non sulla loro, ma sulla nostra percezione nei loro confronti: degli alieni, portatori di una differenza quasi antropologica, con cui temiamo di non avere punti in comune, con cui non sappiamo più attivare i tradizionali processi di socializzazione, o ci accorgiamo che non funzionano più. E spesso è vero.

Sono anche quelli, oggi, del ricambio generazionale, in azienda e nella società. Quelli che stanno prendendo il potere nei settori tradizionali, dopo averlo già spavaldamente conquistato, in maniera travolgente, nei settori che dominano meglio, e più ancora in quelli che hanno inventato loro.

Spiegarli non è facile, e forse è una pretesa che non ha veramente senso: come se una generazione (vale anche per quelle precedenti) fosse davvero riassumibile in pochi concetti – e non, davvero, un’entità troppo complessa e plurale per poter essere racchiusa in una tendenza. Forse bisognerebbe semplicemente osservarli di più e giudicarli di meno: anche rispetto alle cose che più saltano all’occhio. Badando meno agli epifenomeni e più alla sostanza. Guardando meno al tipo di consumi che praticano e più ai valori che esprimono.

Probabilmente troveremmo un livello di consapevolezza (anche sociale, ambientale, globale) che troppo spesso sfugge al nostro sguardo giudicante. Specie agli occhi della generazione X, quella che crede di avere inventato i movimenti sociali e i valori collettivi. Anzi, forse è il caso di dirselo una volta per tutte: alla lunga distanza, nel lungo periodo, di tutto questo sforzo più dichiarato che praticato non si nota quasi niente, e non se ne sono visti i frutti. Diremmo piuttosto il contrario. La disgregazione sociale, l’aumento travolgente delle diseguaglianze, l’evidenziarsi delle promesse non mantenute, la distruzione sistematica delle risorse ambientali senza alcuna ragionevole proiezione sul futuro, non sono cominciati con i Millennials: le premesse sono state messe prima, e anche i frutti li si sono cominciati a raccogliere quando i Millennials erano ancora un prodotto della società, e non ancora i suoi produttori.

Ecco perché forse, di fronte ai Millennials, le generazioni precedenti dovrebbero semplicemente fare quello che le generazioni precedenti hanno sempre dovuto fare, volenti o nolenti: lasciare progressivamente spazio. E i Millennials dovrebbero semplicemente prenderselo: tra l’altro, con la quasi sorprendente buona educazione che hanno finora manifestato. Eccessiva, probabilmente. E anche questa un segno dei – loro – tempi. Dopo tutto, all’apparenza, forse meno incattiviti dei nostri.

Spiegarli non è facile ma questi quarantenni hanno consapevolezza, in “Corriere della sera – Corriere imprese Nordest”, 14 ottobre 2019, p. 3, rubrica ‘La parole del Nordest’

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