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Immigrazione: un’agenda per il governo

Il nuovo governo c’è. Il nuovo ministro dell’Interno anche. E già questo rappresenta un cambiamento importante: non solo di stile, ma di sostanza. Il ministro Matteo Salvini era un leader di partito, impegnato in una campagna elettorale permanente alle cui esigenze ha piegato il suo ruolo istituzionale, che attraverso un uso massiccio dei media tradizionali e dei social aveva l’obiettivo di fomentare i conflitti e le contrapposizioni con gli immigrati al fine di lucrare la visibilità e il consenso che questo gli portava: riuscendoci, visto che il consenso alla Lega e a lui personalmente è raddoppiato in poco più di anno, in gran parte grazie alla sua sovraesposizione sul tema. La ministra Luciana Lamorgese è un tecnico, un prefetto senza precedenti incarichi di partito (anche se con ruoli delicatamente politici alle spalle), nessuna agenda ideologica da difendere, e un atteggiamento problem solving, da persona abituata – per mestiere prima che per vocazione politica – a risolvere i conflitti e a sopire le contrapposizioni. Un passo avanti importante, imprescindibile per una svolta nelle politiche. Che è già visibile nella gestione degli sbarchi e nell’atteggiamento verso i partner europei: collaborativo e non confliggente, presente laddove si formano i processi decisionali (a cominciare dai vertici europei), anziché assente e pregiudizialmente critico. Ma la svolta, per essere visibile, e soprattutto all’altezza delle sfide, dovrà sostanziarsi in politiche radicalmente diverse: in Italia come in Europa.

In Italia il primo problema è politico, e interno al governo stesso. Metà di esso è infatti composto dagli stessi che, pur non promuovendoli, hanno non solo votato, ma aderito alla logica dei decreti sicurezza voluti da Salvini (magari più perché non avevano un’agenda sul tema, che per vero convincimento). E gli hanno fatto anche concorrenza sulla demagogia linguistica anti-immigrati, parlando di “taxi del mare” a proposito delle ONG, e criminalizzando l’immigrazione in sé (anche questa una peculiarità italiana: quello che in altri paesi è il linguaggio nei confronti degli immigrati utilizzato dai gruppi xenofobi più radicali, in Italia è quello mainstream di gran parte dei media e, nella stagione appena chiusa, del governo). Possiamo immaginare che i toni non saranno più gli stessi, ma il Movimento 5 Stelle non potrà immediatamente rimangiarsi oltre un anno di sostegno acritico alle scelte di Salvini. Per le stesse ragioni, i decreti sicurezza non potranno semplicemente essere riscritti, anche se ciò sarebbe necessario: se non facendo riferimento ai rilievi del Presidente della repubblica, e alle palesi inefficienze che hanno prodotto (proprio dal punto di vista della sicurezza: come l’aumento del numero di irregolari e il disinvestimento sulle politiche di integrazione dei richiedenti asilo). Ma la vera svolta dovrebbe avvenire a monte di essi.

Il capolavoro politico dei partiti xenofobi (cui hanno inconsapevolmente collaborato molti soggetti di opposta parte politica, e i media) è stato quello di schiacciare la questione dell’immigrazione sull’emergenza sbarchi o ingressi irregolari (più o meno tale a seconda dei momenti storici: reale intorno al 2015-16, non più oggi); la normalità della presenza di immigrati e figli di immigrati nel mondo del lavoro, nelle scuole, nelle città, nelle nostre case (la fisiologia del fenomeno, su cui il dibattito è zero) sull’eccezionalità dei flussi irregolari di arrivo, dei salvataggi e dei respingimenti (la sua patologia, se si vuole). Perché è accaduto, e perché è stato sbagliato lasciarlo accadere? Perché l’eccezionalità, la patologia, produce una precisa rendita, politica e di visibilità: in particolare per chi ottiene il consenso non risolvendo problemi, ma grazie alla loro esistenza, indirizzando la rabbia degli elettori su un facile capro espiatorio. E’ per questo che la questione degli sbarchi, che riguarda oggi poche migliaia di persone, ha finito per monopolizzare – e continua a farlo – l’attenzione sul tema dell’immigrazione. Eppure in questi anni coloro che sono sbarcati hanno costituito una percentuale sul totale degli stranieri presenti in Italia sempre a una cifra; gli irregolari – molti dei quali non sono affatto sbarcati, ma sono semplicemente overstayers, diventati irregolari a causa della legge Bossi-Fini, che vincola il permesso di soggiorno al possesso di un lavoro – sono stimati in cinquecentomila; mentre le persone ospitate nei centri di accoglienza non hanno mai superato di molto le duecentomila, e sono in calo. La parte ha finito insomma per rappresentare il tutto, distorcendolo.

L’immigrazione è un dato strutturale, non emergenziale – fisiologia, non patologia – delle società europee: che va dunque normato. Pensando l’aumentata mobilità come un tutto, dato che ormai tutti i paesi sono contemporaneamente di emigrazione e di immigrazione. La Germania, per dire, pur avendo flussi in entrata doppi rispetto a quelli in uscita, è contemporaneamente il paese europeo con più immigrati e con più emigranti l’anno. E l’Italia, nell’assordante silenzio di tutti, ha oggi flussi annui in uscita superiori a quelli in entrata, senza che vi sia alcun effetto di causalità tra i due (non si emigra perché altri immigrano, per capirci). Non è in corso nessuna invasione, quindi: un’evasione, semmai, che con il calo demografico ci fa stare ogni anno più larghi, e purtroppo ci rende contestualmente più vecchi – un po’ meno di quanto prevedibile, solo grazie all’arrivo degli immigrati e al loro contributo alle nascite. I neonati calano (solo nella scuola, nei prossimi dieci anni, avremo 55.000 insegnanti in eccesso) e gli anziani aumentano (solo quelli non autosufficienti rischiano di essere, secondo alcune proiezioni, il dieci per cento della popolazione sempre nei prossimi dieci anni).

E’ chiaro dunque che l’immigrazione non va fermata: anzi. Ma va regolata. E da qui bisogna partire. Consapevoli, peraltro, che il modo in cui gestiremo le migrazioni attuali e a venire avrà risvolti rilevanti sul patto sociale interno che andremo a costruire: in breve, sull’avvenire stesso delle nostre democrazie, dei nostri orientamenti liberali, delle nostre società aperte.

Occorre riaprire i canali di ingresso regolari, progressivamente chiusi da tutti i paesi europei negli ultimi decenni. C’è un legame diretto e dimostrabile tra chiusura delle frontiere e aumento dell’immigrazione irregolare, con tutti i suoi devastanti effetti collaterali: crescita di potere delle organizzazioni di trafficanti di uomini e di una intera economia illegale, aumento delle violenze sui migranti e dei morti nel Mediterraneo, aumento del numero di minori stranieri non accompagnati (ci sono da quando non facciamo più entrare regolarmente i loro genitori), calo del livello di istruzione degli immigrati (con relativo aumento dei costi e delle difficoltà dell’integrazione) e aumento della presenza irregolare (oggi stimata, in Europa, nell’1-2% della popolazione). Occorre rovesciare la logica: puntando a ingressi regolari e controllati, e a combattere l’immigrazione irregolare. Ciò che si può fare solo in accordo e in collaborazione con i paesi di provenienza, in una logica di scambio (tra immigrazione regolare e collaborazione nella repressione di quella irregolare) e con adeguate contropartite, tra partner di pari dignità. Il problema dei salvataggi nel Mediterraneo non si risolverà in mare, ma nelle capitali africane e a Bruxelles – è lì che va concentrata l’azione politica e diplomatica. In mare si salva chi rischia di affogare: ma fare in modo che questo non debba più essere necessario (una partita che dovrebbe vedere in prima fila anche chi si impegna nei salvataggi) è questione ben più complessa, che si decide altrove.

Tale politica sarebbe anche un segnale forte per dare la sensazione, ai cittadini europei, che lo stato controlla, attraverso i flussi, i confini. E sappiamo quanto la sensazione opposta sia stata determinante nel far emergere sentimenti di frustrazione e di xenofobia (di cui stanno pagando il prezzo anche gli immigrati arrivati negli scorsi decenni e già integrati: il rifiuto degli stranieri non va troppo per il sottile, nel distinguere tra neo-arrivati e altri immigrati, magari di seconda generazione e/o cittadini) e nel cambiare di conseguenza gli equilibri politici dell’Europa.

L’Europa ha molte responsabilità: incluso nell’aver favorito l’emergere di una crescente opinione anti-immigrati e dei partiti che la rappresentano. Salvini, per dirla in breve, è anche il frutto dell’ignavia europea. Quando all’Aquarius venne rifiutato lo sbarco in Italia, e fu indirizzata al porto di Valencia, c’erano centinaia di giornalisti europei ad accoglierla: è lecito domandarsi dove fossero quando sbarcavano anche diecimila persone in un week-end in Italia, o in Grecia in altri momenti storici. E non bastano gli accordi di Malta sul ricollocamento per risolvere il problema: tanto più se i paesi che accettano – finalmente! – di ricollocare le persone salvate dalle ONG o da altre navi, senza aspettare di vedere se sono richiedenti asilo “titolati”, ne restituiscono poi molti di più come “dublinanti” di ritorno che avevano avuto il primo approdo in Italia. O si rimettono in discussione gli Accordi di Dublino (magari con l’uscita contemporanea dei paesi mediterranei, se l’Europa continua ad essere sorda), e si adotta un criterio generale sugli ingressi, o anche le redistribuzioni occasionali serviranno a poco.

Solo così, disciplinando gli ingressi, ci si potrà occupare della partita dell’integrazione, ben più decisiva nel lungo periodo. Che riguarda anche chi è già qui irregolarmente, spesso da anni, e lavora: anche in questo strano paese, in cui le sanatorie più grosse le hanno fatte i governi di centro-destra, bisognerà cominciare a porsi il problema di un’emersione graduale di chi è arrivato irregolarmente o è diventato irregolare a seguito di problemi burocratici (o bisognerà spiegare agli elettori che si preferiscono gli irregolari…). In questa logica inclusiva sta anche la questione delle forme e delle modalità di cittadinizzazione, anche formale. La questione dello ius culturae, tra le altre.

Governo e migranti. Qui ci giochiamo il patto sociale, in “L’Espresso”, n.41, 6 ottobre 2019, pp.16-19

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