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Un mondo senza dolore? La società analgesica

Una società anestetica, analgesica. Che non vuole più provare dolore. Che non vuole più confrontarsi con la malattia. Siamo disposti a molto, forse a tutto, pur di raggiungere questo obiettivo. E ci stiamo riuscendo.

Siamo diventati, simbolicamente, oppiomani. E l’oppio dei popoli non è più (solo) la religione, come diceva Marx: che peraltro interpretava la metafora non come droga, come si fa oggi, ma come potente lenitivo, antidolorifico appunto, quale era l’oppio allora. E si premurava di sottolinearne la funzione, in questo senso, positiva: la frase sulla religione oppio dei popoli proseguiva parlando di essa come «il cuore di un mondo senza cuore».

L’oppio dei popoli oggi è diventato la società stessa: nel cuore dei suoi meccanismi, come quello del consumo. Nel suo caratterizzarsi come “società dello spettacolo”, come aveva intuito Guy Debord. E ancora di più attraverso il mondo del virtuale, la nuova frontiera digitale: ben raccontata nel film di Spielberg Ready player one (e in maniera meno ottimistica, anzi inquietantemente dark, in molte altre distopie offerteci dalla fantascienza letteraria e cinematografica).

Ma la società è diventata analgesica, innanzitutto, in senso letterale. Con la facilità con cui oggi si può disporre di analgesici, appunto. Il loro costo è diminuito, la loro distribuzione si è democratizzata: a disposizione di tutti, almeno nelle società sviluppate. E senza più filtri, come era quello del medico, dello specialista. Molto, oggi, lo si può trovare, disponibile “a banco”, self service, in farmacia e altrove. Gli Stati Uniti simbolizzano più di qualunque altro Paese il ricorso a medicine più o meno per tutto (di fatto, per cancellare qualsiasi possibile dolore, fisico e psichico, e anche prevenirlo), in forma individualistica, autogestita: come nei grandi drugstore, aperti h24 – e nelle scatole di plexiglass presenti nella casa di ogni statunitense medio, in cui inserire le pillole divise per giorno e per fascia oraria, senza le quali non si riesce più a vivere, ed è diventato normale farlo. Naturalmente, anche questa è una dipendenza: in nulla diversa, spesso anche come motivazioni, da quella che si può soddisfare coltivandosi in casa le proprie piantine di marijuana – o rivolgendosi al proprio pusher di fiducia.

È una conquista, naturalmente: una tappa fondamentale della lotta contro il dolore, contro il male, che per molti è diventato la forma del Male, l’unico modo in cui si riesce a concepirlo. La diffusione delle terapie palliative tra i malati cronici e terminali, il fatto che non si sottovaluti più questo aspetto del ben-essere (quello che resta) del malato, mentre fino a poco tempo fa il mondo della salute, a cominciare dai medici, si concentrava solo o essenzialmente sul combattere la malattia, è certamente un grande passo avanti, in termini di umanizzazione.

Ma l’altro lato della medaglia di questo processo è la medicalizzazione ossessiva di tutto, la corsa alla certificazione di qualunque comportamento apparentemente deviante da una qualche media statistica (e l’idea che sia appunto da considerare una devianza, un attentato a una supposta norma), che si osserva ormai con precisione – e inquietudine – nel mondo della scuola e tra le famiglie: dall’ipercinesi trattata con psicofarmaci all’affidamento all’esperto, con relativa mistica del suo ruolo, di qualunque difficoltà, anche minore, come una qualche dislessia. La diminuita capacità e disponibilità a sopportarlo, il dolore – anche quello psicologico – a considerarlo parte dell’equilibrio della vita, ne è il corollario.

In molti mondi religiosi, incluso quello cattolico, si è flirtato anche troppo, in passato, con la confusione tra dolore e ascesi, promuovendo un “dolorismo” teologicamente mal fondato, spesso disumano. Oggi tuttavia il rischio è quello opposto: non volerne o saperne accettare nemmeno un po’, di dolore, né per sé né per e sugli altri – il dibattito sul suicidio assistito, su certe forme di eutanasia anche su minori, ha anche di queste implicazioni. Dopo tutto, quel giovane principe viziato a cui avevano risparmiato anche solo la vista della malattia, della vecchiaia e della morte, è diventato il Buddha solo quando ha potuto accorgersi della loro esistenza.

STEFANO ALLIEVI Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

Senza dolore, Rubrica “What if”, come sarebbe il mondo se…, in “Confronti”, n. 10, 2019, p.38

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