stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Il Veneto che fa cultura

Un po’ a sorpresa, silenziosamente, sommessamente, senza pretese, senza averlo programmato, dunque senza strategie e ancor meno proclami, il Veneto – inteso come terra, come cultura, come lingua – torna a essere presente sul palcoscenico nazionale. Non è un effetto della politica, ancor meno delle istanze autonomistiche. Quel Veneto lì, certo, è presente: ma a livello nazionale è vissuto più con fastidio che con interesse. E il peso politico nazionale del Veneto è del resto lontano dai fasti democristiani della prima Repubblica. Poi, certo, c’è il peso dei grandi simboli e dei grandi eventi: le colline del Prosecco patrimonio dell’Unesco, le Olimpiadi (anche) a Cortina – importanti abbastanza da far dimenticare il Veneto delle grandi opere e del più grande scandalo della storia repubblicana, il Mose.

Ma è un altro il Veneto (ri-)emergente a cui ci riferiamo: quello della cultura. Non tanto quello della letteratura, che vanta una tradizione che continua: gli Zanzotto e i Rigoni Stern, i Meneghello e i Camon, fino agli autori di oggi, da Scarpa a Trevisan, da Targhetta a Mozzi, da Signorini a Mancassola, fino a Bugaro e Righetto di cui riparleremo. Ma quello del teatro, del cinema, persino della tv. Sappiamo tutti che, in questo, il Veneto è tradizionalmente sottorappresentato, e se ne è spesso lamentato. In tv, ad esempio – ed è un classico delle proteste anche della politica veneta – si sente l’inflessione e il dialetto (la lingua, se si preferisce) ma anche storie e personaggi di altre zone d’Italia; di Veneto invece ben poco. La sensazione è di essere passati dallo stereotipo del dopoguerra, ma durato a lungo, in cui il veneto al massimo veniva parlato da una domestica o da un carabiniere, al silenzio dei decenni successivi. In teatro poi nulla: nonostante in passato il veneto come lingua teatrale fosse diffuso, e – senza scomodare Goldoni – personaggi come Baseggio o Palmieri costruissero opere e personaggi in cui anche italiani di altre regioni riuscivano a riconoscersi.

Per trovare in anni più recenti una presenza veneta colta bisogna fare riferimento agli spettacoli e ai personaggi di Marco Paolini: da “Vajont” al “Bestiario veneto”. O alla notorietà televisiva, poi proseguita in rete, di Natalino Balasso. Ma in generale è come se i veneti fossero diventati antipatici: un po’ perché troppo presi a fare schei (e quindi, per questo, magari anche un po’ invidiati), e un po’ perché rappresentati politicamente – nella percezione del resto d’Italia – da un insurrezionalismo parolaio e vagamente folkloristico, magari non pericoloso ma comunque fastidioso.

Ora – finalmente, viene da dire – sembra avere una visibilità nazionale anche un Veneto diverso, spesso critico e autocritico, autentico, onesto, quotidiano. Pensiamo alla satira graffiante di Andrea Pennacchi: che ha cominciato a essere conosciuta grazie a un formidabile video sui “teroni”, che l’ha portato alla trasmissione Propaganda Live, da cui sono scaturiti i monologhi del Poiana, il personaggio da lui creato, un veneto lucido, rabbioso e potentemente popolare, trasformatosi – nelle sue parole – “da macchietta a specchio”: anche chi, fuori dal Veneto, non lo capisce bene, ci si riconosce, dopo tutto. E pensiamo ai documentari e al cinema di Andrea Segre, di Marco Segato ed altri, fino alla lingua cinematografica colta e popolare a un tempo del film “Effetto domino” di Alessandro Rossetto, tratto dal romanzo di Romolo Bugaro, presentato all’ultima Mostra di Venezia, interamente girato in dialetto eppure di respiro cosmopolita, o alle produzioni teatrali come l’appena presentata “Da qui alla luna” di Matteo Righetto, ancora con Pennacchi, sulla tempesta Vaia.

Dove la politica, in tanti anni, non è riuscita ad arrivare, forse è arrivata la cultura. E fa ben sperare.

Il veneto a teatro: La cultura che riscatta la lingua, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 novembre 2019, editoriale, p.1

Leave a Comment