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Salari, ma non solo: oltre la retorica, quanto è davvero attrattivo il Veneto?

Attrattività. La usiamo spesso, come parola chiave: di un sistema paese (o di un luogo), prima ancora che di un’economia. Del resto vale anche per le persone: quelle che ci interessano sono quelle che vorremmo at-trarre, cioè tirare (dal latino trahere) verso di noi.

Quanto è attrattivo il Veneto? Quanto l’economia e l’impresa veneta è capace di tirare a sé? O anche solo di trattenere (tenere tra di noi) chi c’è? La domanda è insidiosa: qualunque cosa possa dire chi tenta di rispondere, lo fa per così dire a suo rischio e pericolo – di urtare la suscettibilità di qualcuno, ma anche solo di scivolare nel soggettivismo. I fattori in gioco sono troppi, e possono essere letti in maniera troppo diversa, per poter arrivare a una risposta condivisa. Ma vale la pena fare qualche sforzo di approssimazione.

Da qualche tempo ci si interroga su quella che retoricamente si chiama fuga di cervelli: di laureati, per circostanziare. Ci si sta finalmente accorgendo – stupisce semmai il ritardo nel farlo – che c’è un problema salariale, e in particolare di salario di ingresso. Non è ammissibile che chi ha investito risorse e capacità per acquisire un titolo di studio terziario (una laurea, magari magistrale) entri nel mondo del lavoro con un differenziale salariale, rispetto a un diplomato, modestissimo. Ed è la cosa più normale del mondo che, di fronte a queste prospettive, un giovane se ne vada: all’estero, ma anche solo nelle regioni confinanti – Lombardia e Emilia-Romagna in particolare (rispetto alle quali il saldo è negativo: produciamo laureati che acquisiscono loro, e non viceversa). Il problema è di struttura industriale, anche: non abbiamo abbastanza posizioni skilled, e abbiamo un’impresa troppo polverizzata, troppo poco presente nei settori innovativi – tutto detto spesso, e tutto vero: le analisi non mancano. Ma il problema è anche culturale: quanto un imprenditore o un manager non laureato – e arricchitosi lo stesso in altre stagioni – è in grado di comprendere davvero il valore della laurea? E se è un problema di qualità delle lauree, come spesso si dice da parte imprenditoriale, ci si aspetterebbe un’iniziativa forte – mondo dell’impresa e atenei insieme – per ribaltare il sistema: tra tante parole, non è che si vedano, invece, altrettanti fatti e iniziative, dibattiti accesi, investimenti in proporzione. Anche perché poi bisognerebbe spiegare perché, a parità di qualifica, non solo in Germania o in Norvegia, ma anche solo a Modena o a Brescia (non parliamo di Milano, che in più ha un’attrattività propria: che, anch’essa, non è solo economica e salariale), i salari offerti sono (un po’) più alti.

Ma è anche il tessuto civile (la cultura diffusa) a dover essere messo in causa. Un esempio. Altrove (nel mondo, ma anche solo in regioni limitrofe) il welfare tende ad essere universale ed inclusivo. Leggi come quelle significativamente chiamate “prima i veneti”, magari poco applicate e contestate, che segnale di attrattività offrono, che biglietto da visita socio-culturale sono? Perché, certo, è importante il salario da offrire a un ingegnere neo-assunto. Ma è probabile che avrà anche dei progetti familiari, e dei bisogni conseguenti, e un’idea di mondo: cosa gli si prospetta, se non è del posto? Anche in Emilia, per dire, parlano orgogliosamente il proprio dialetto (la propria lingua, se si preferisce): ma a nessuno verrebbe seriamente in testa di chiedere di insegnarla a scuola. E, pragmaticamente, la regione ha chiesto l’autonomia su alcune cose che intende gestire meglio, non su tutto prima ancora di sapere se lo saprà fare – come un mezzo, quindi, non come un fine in sé. Come uno strumento, non come una bandiera. Molti non condivideranno, ma anche questo genera un certo tipo di immagine del Veneto e di clima culturale: non solo sui foresti che possono non sentirsi particolarmente attratti e benvoluti, ma anche sugli indigeni – giovani generazioni in particolare – che, a torto, si assume siano localisti per il solo fatto di essere del luogo. E se quote significative e crescenti si sentissero invece cittadini di un mondo più largo, più dinamico, più aperto alle differenze?

Non solo lo stipendio: dal welfare alla cultura, quanto siamo attrattivi?, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica ‘Le parole del Nordest’, p. 3

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