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Immigrati e espulsioni. Quello che si dovrebbe fare e non si fa.

Ma prevenire, mai? E’ la prima e più ovvia questione che dovremmo porci, quando si parla di devianza – o delle espulsioni di immigrati che delinquono. E invece è sempre l’ultima. Con il risultato che non capiamo cosa sta succedendo, figuriamoci trovare delle soluzioni sensate. Facciamoci qualche domanda.

Uno. Perché abbiamo tanti immigrati irregolari? E’ semplice: perché abbiamo chiuso i canali di immigrazione regolari. Se li riaprissimo in base alle esigenze del mercato del lavoro (che ci sono: senza immigrati, settori come il lavoro di cura – badanti, colf, infermiere – agricoltura, logistica, edilizia, turismo – ristorazione e pulizie – e parti significative della manifattura semplicemente chiuderebbero, impoverendoci tutti) avremmo meno immigrazione irregolare, e pure maggiori possibilità di espellere chi delinque, in quanto gli stati d’origine sarebbero obbligati ad accettarli. Se lavorassimo sugli ingressi, ex ante, avremmo molte meno necessità di fare espulsioni, difficili e costose, ex post.

Due. Sono gli immigrati a delinquere? Italiani a parte, non esattamente: sono gli immigrati irregolari – di essi sono soprattutto piene le nostre carceri. Non è l’immigrazione in sé a produrre delinquenza: tanto è vero che abbiamo comunità che hanno specializzazioni criminali significative, e altre che hanno tassi di delinquenza molto inferiori a quelli degli italiani. Soprattutto, è la condizione di irregolarità che produce occasioni di criminalità: per molti motivi, tra cui la mancanza di alternative. Abbiamo un esempio storico significativo cui riferirci: anni fa, per un certo periodo, i romeni furono al vertice delle classifiche di devianza. Da un anno all’altro – con l’ingresso della Romania nel sistema di libera circolazione (legale) europeo – il tasso di criminalità dei romeni è calato drasticamente. Suggerisce niente?

Tre. La legge ci mette del suo, nel rallentare le espulsioni? Sì. Per esempio, una volta scoperto un comportamento criminale, tocca processare l’individuo anche per immigrazione clandestina, rallentando l’iter dell’espulsione. Sono anni che i magistrati ci chiedono di abolire questo reato. Ma non ne parla nessuno. Perché è stato introdotto in una legge che si chiama Bossi-Fini, e abrogarlo vorrebbe dire ammettere l’errore. Quindi, tutti zitti.

Quattro. Chi delinque, soprattutto? I maschi, giovani, non inseriti nel mercato del lavoro (è così anche per gli autoctoni). Occorrerebbe quindi favorire processi di inserimento nel mercato del lavoro (legale) e di integrazione. Invece si fa l’opposto. Si impedisce l’integrazione e non si consente l’ingresso nel mercato del lavoro a centinaia di migliaia di irregolari – anzi, se ne aumenta il numero riducendo i riconoscimenti tra i richiedenti asilo. Cosa ci si immagina che faccia un persona che non può lavorare regolarmente? Come minimo, farà lavoro nero (che, lo ricordiamo – in un Paese che lo tollera con troppa indulgenza – è un reato); se va peggio, delinque. Il problema è che integrazione=sicurezza, meno integrazione uguale meno sicurezza. A qualcuno interessa, o siamo capaci di parlare solo di espulsioni?

Cinque. Pare che in Veneto qualcuno si sia finalmente svegliato, proponendo un CIE (Centro di identificazione e di espulsione) a Verona. Un posto, cioè, dove mettere chi è stato fermato, in attesa appunto dell’espulsione. Bene, i CIE sono previsti fin dai decreti Minniti, le altre regioni ce li hanno, ma il Veneto ha sempre detto che non lo voleva. Risultato: o si lasciano in giro i candidati all’espulsione, o li mandiamo nei CIE altrui. Oggi chi finalmente si accorge che occorre il CIE in Veneto dice che ci vuole mettere solo le persone arrestate in Veneto, con un inedito localismo securitario. Se avessero fatto lo stesso gli altri CIE italiani, noi ci saremmo dovuti tenere i nostri candidati all’espulsione. Forse ci avrebbe fatto bene. Avremmo capito prima.

Sei. Infine: c’è un problema di rispetto delle leggi e di efficacia della repressione, a fronte di un comportamento criminoso? Certo che c’è, ed è gravissimo. Purtroppo vale anche, poniamo, per gli spacciatori e i piccoli delinquenti indigeni. E forse vale la pena lasciarci con un’ultima riflessione. Immaginiamo due fratelli gemelli, emigrati, diciamo, dalla Tunisia o dalla Nigeria: uno emigra a Roma, l’altro a Stoccolma. E ora rispondiamo a questa semplice domanda: hanno la stessa probabilità di pagare il biglietto dell’autobus? Se avete risposto onestamente, avete anche capito dove volevo andare a parare: ognuno ha gli immigrati che si merita. Facciamoci dunque anche una settima domanda, quella decisiva. Che razza di Paese siamo? Come mai siamo così? E cosa possiamo fare per cambiare?

Migranti irregolari. Perché è meglio prevenire, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 dicembre 2019, editoriale, p.1

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