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La memoria è una cosa seria. Sulle cittadinanze onorarie a Liliana Segre

La disfida delle cittadinanze onorarie e delle pietre d’inciampo mostra tutta la miseria del dibattito politico odierno. Con elementi di strumentalità evidenti, polemiche inutili, esiti scoraggianti.

Liliana Segre è persona seria, che non merita quanto sta accadendo intorno a lei. Un po’ dovunque in Italia si sta proponendo di conferirle la cittadinanza onoraria. Sta quasi diventando uno sport nazionale, insieme alle polemiche che regolarmente accompagnano queste proposte – che rispondono alla logica tifo calcistico, con cui condividono la medesima (inesistente) profondità di pensiero. La solidarietà alla signora Segre è cosa buona e giusta, anche e soprattutto dopo la pioggia di insulti e minacce verbali da lei sempre più di frequente ricevute: per la persona che è – un esempio anche di civiltà repubblicana, non solo una testimone – oltre che per ciò che rappresenta. Non a caso è stata proprio per questo nominata senatrice a vita. Ma la pletora di richieste di conferirle la cittadinanza onoraria da parte di liste e partiti, di solito di centrosinistra, appare chiaramente polemica, spesso anche nella forma, verso il centrodestra, magari accostando la sua alta figura a basse polemiche locali ed avvenimenti più recenti, o a un generico clima che si vuole assimilare a quello in cui la signora Segre ha vissuto la sua storia angosciosa e sofferto i lutti della sua famiglia e della sua comunità, per lucrarne una misera visibilità.

Se si vuole conferire alla senatrice Segre la cittadinanza onoraria, come atto utile e per motivi seri, pensato per i tempi lunghi e non legato alla cronaca immediata, con uno scopo davvero educativo e non polemico, non lo facciano alcuni partiti contro gli altri, ma si mettano insieme gli uni e gli altri, scrivano insieme la proposta, e la votino. Può accadere ed è già accaduto: a Bologna come a Ferrara, con maggioranze di segno politico opposto. Né gli altri si riducano alla meschina e sgradevole risposta di controproporre la cittadinanza a qualcun altro, magari parente di un caduto delle foibe: per non subire la lezione di stile, di eleganza di pensiero e pulizia morale (rivolta a chi invece non l’ha avuta), che ha subìto il comune di Bassano del Grappa dall’esule istriana Egea Haffner, figlia appunto di una vittima delle foibe, che ha rifiutato la strumentalizzazione della doppia cittadinanza, a lei e alla Segre. Dopodiché interroghiamoci sull’utilità del metodo. Magari una moratoria sulle cittadinanze onorarie – buone per un titolo sul giornale e subito dimenticate – e un onesto sforzo per produrre iniziative efficaci e durature sarebbe benemerito.

Lo stesso si può dire della questione delle pietre d’inciampo: vicenda balzata ai disonori delle cronache, per buoni (cioè pessimi) motivi. Si tratta del rifiuto del comune di Schio di apporre le cosiddette pietre d’inciampo a ricordo delle vittime di deportazione e di persecuzione antisemita. Le pietre d’inciampo sono l’equivalente dimensionale di un cubetto di porfido con il nome della vittima, la data dell’arresto e il luogo (di solito un campo di concentramento) in cui è morta, da apporre sulla pavimentazione davanti alla casa in cui la persona è stata arrestata. Una iniziativa piccola, economica ed efficace, lanciata quasi trent’ani fa in Germania, poi diffusasi altrove in Europa: che si limita, educatamente, a fare memoria – come si ripete ad infinitum nella giornata alla memoria dedicata, ma che poi molti non sanno né vogliono fare. E’ ripugnante che si viva una iniziativa come questa come strumentalizzazione, da parte di qualche sindaco di centrodestra: peraltro, per evitare che accada, sarebbe sufficiente – e lo suggeriamo proprio ai partiti di centrodestra – farsene loro stessi promotori. Acquisirebbero benemerenze e sostegno con poca spesa e molto ritorno mediatico, e si eviterebbero figuracce come quella di Schio: in cui il sospetto che non si voglia parlare di ebrei, di antisemitismo e di razzismo perché qualche scheletro nell’armadio lo si ha, inevitabilmente, emerge.

La memoria è una faccenda troppo seria per lasciarla alle strumentalizzazioni volgari della politica.

Caso Segre: La memoria è una cosa seria, in “Corriere della sera – Corriere di Bologna”, 3 dicembre 2019, editoriale, p.1

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