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Il termometro, la febbre, la malattia. Sulle elezioni in Emilia-Romagna

“Per chi è crocefisso alla sua razionalità straziante, / macerato dal puritanesimo, non ha più senso / che un’aristocratica, e ahi, impopolare opposizione”. Sono versi del più impegnato dei poeti civili, il più citato e il meno letto, Pier Paolo Pasolini. Per caso, o forse non del tutto, mi sono ricapitati tra le mani proprio nel giorno della conclusione della peggiore delle campagne elettorali possibili (e, lo so, mi sorprendo a dirlo dopo ogni campagna elettorale, ormai: a testimonianza del fatto che riusciamo sempre a migliorarci nel nostro peggiorare, raggiungendo abissi impensabili, dicendo cose che si pensavano indicibili, ascoltando parole che si pensavano inaudite e inudibili).

Certo, lo spunto è troppo elevato, rispetto alla bassezza, alla pochezza del linguaggio politico ascoltato e subìto in queste settimane, tanto da sembrare surreale: invece è iperrealismo, e forse spiega, molto più di tante analisi politologiche, il rifiuto di stare al gioco, il richiamo all’astensionismo, di molti. Anche senza bisogno di sentirsi aristocratici: diversi, sì, però – forse anche totalmente altri.

Fanno orrore gli slogan vuoti, la politica come corpo del leader (sudato, imbolsito, imbruttito), come smorfia volgare, come disprezzo truce per il nemico (scomparsi gli avversari), come tifo calcistico idiota (perché non ha uno straccio di ragione e motivazione: solo “noi” contro “loro”, chissà per fare cosa…), la polemica fine a se stessa, la distanza siderale dalle cose (inclusi progetti e programmi), il selfie come fine ultimo della mobilitazione (io ci sono: per fare che, non ho idea e non importa…), il giornalismo come megafono alle parole del capo (per quanto orrorifiche, le si riportano come se non lo fossero, senza la capacità di rintuzzarle – no, non è la BBC… – e come fossero normali, veicoli di messaggi dicibili), la ricerca del capro espiatorio come obiettivo, il bullismo organizzato come metodo, l’abbrutimento della razionalità e l’impoverimento del linguaggio come cifra stilistica, forse come destino. Ma intristisce anche la miseria della ragione senza messaggio, della pacatezza senza sentimento, le buone cose senza bontà, l’ordinario senza grandezza. Solo segnale positivo, si è allargata la ferita dell’indignazione: non ancora al punto da far sgorgare tutto l’orrendo pus e ricoprirlo con una salvifica per quanto dolorosa crosta di ristabilimento dello stato di salute – perché tutto il verminaio che emerge, evidentemente è dentro la società, chiunque la governi o gli dia voce. Non sarà imbellettandolo che si porterà il paziente a guarigione.

Questa campagna elettorale è stata insomma il termometro, non la febbre: che peraltro è a sua volta solo il segnale della malattia, non il male stesso. Un termometro che ci ha permesso di rilevare l’entità della febbre che pervade la società, e dunque l’entità del suo male, ma anche la presenza di anticorpi, non sappiamo ancora quanto potenti. La febbre, sorda, la coviamo dentro di noi, perché è ammalata metà del corpo sociale; l’altra metà forse è sana, ma gravemente indebolita dallo stato di prostrazione complessivo. Il problema è che la maggior parte dei medici e aspiranti tali, per lo più tragicamente impreparati, che si accostano al capezzale del malato, se la prendono chi con il termometro, chi con la febbre, cercando di abbassarla. Meglio di niente, ma niente di risolutivo. Se non si aggredisce davvero la malattia (e per farlo, bisogna avere la capacità di riconoscerla), il corpo sociale non potrà che stare peggio. La febbre si alzerà ulteriormente. E il termometro non potrà che registrarlo.

È stata tutto questo, quest’ultima campagna elettorale. Il che ci fa temere per la prossima.

Il termometro e la febbre, in “Corriere della sera – Corriere di Bologna”, 26 gennaio 2016, p.1

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