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Se l’economia è sostenibile

Ciò che sostiene è ciò che serve da appoggio, che fa da supporto: ad altro più grande, più importante, che mantiene alto, elevato. La trave di sostegno è ciò su cui tutto poggia, senza la quale l’edificio crollerebbe. Sostenere un’opinione, essere sostenitore di qualcosa, significa propugnare un argomento, anche vigorosamente, con la dovuta convinzione.

Non è quindi un aggettivo, educato e un po’ piacione, alla moda ma non indispensabile, senza il quale il sostantivo reggerebbe benissimo da solo. Come nell’espressione “economia sostenibile”: a proposito della quale i più pensano che quello che conta davvero è l’economia. Poi, se è anche sostenibile, meglio: come nell’immagine della classica ciliegina sulla torta – in cui quello che conta dopo tutto è la torta.

Le cose oggi sono assai più complesse. Se una cosa non è sostenibile, è insostenibile. Cioè non si può fare: o, se si fa, non tiene, non regge. E non c’è neanche bisogno di aspettare il lungo termine: te ne accorgi subito, o quasi – per le vie brevi. Perché le conseguenze dell’economia insostenibile diventano pesanti, se non drammatiche. E insostenibili anche economicamente.

Siamo troppi, facciamo e vogliamo troppe cose, la nostra impronta ecologica è diventata troppo pesante, consuma troppe risorse non rinnovabili della terra, per poterci continuare a permettere produzioni, consumi e comportamenti insostenibili.

Se la leggiamo così, forse capiamo che non basta più dichiarare un generico rispetto dell’ambiente. Bisogna rispettarlo davvero. Se non se ne accorgono i produttori per primi, se ne stanno accorgendo i consumatori, e anche gli investitori: meglio capirlo da soli e prepararsi in tempo. Il vantaggio è che la tecnologia può aiutare: ma senza una svolta mentale, una diversa apertura, una cultura degli investimenti innovativi, economicamente ed ecologicamente compatibili, non ci si arriva.

Se una cosa è giusta ed etica, dovrebbe bastare questo per perseguirla. Purtroppo non è così. Ma se diventa anche conveniente e redditizia, forse anche chi è culturalmente meno aperto può diventare più interessato.

Il Veneto si posiziona meno peggio di quanto potrebbero far pensare gli stereotipi che lo circondano. E’ la seconda regione in Italia per aziende green: dopo la Lombardia, come in quasi ogni classifica, ma davanti all’Emilia-Romagna, che in molti altri ambiti è un po’ il cugino simile a te cui fare riferimento, e che spesso ti supera (la Lombardia, ormai ci siamo abituati, anche grazie al ruolo di Milano, è il fuoriclasse, con cui nemmeno ti metti in competizione). Stiamo insomma cominciando a capire che il verde, colore della sostenibilità, è dopo tutto anche quello, simbolicamente, del denaro: come i dollari, i bigliettoni verdi della piscina di Paperon de’ Paperoni. E’ quindi possibile coniugare le due esigenze. E rischia di diventare indispensabile: una condizione di sopravvivenza, né più né meno.

Se si trattasse solo di consumo del territorio, potremmo dire: “Non capannoni ma opere di bene”. Non consumo irresponsabile e selvaggio del territorio, ma utilizzo responsabile e ‘civilizzato’ del medesimo. Ma il settore ‘verde’ è molto più di questo. Tutto comunque si muove in una logica di reciproco vantaggio: tra impresa, uomo e sostenibilità. Anzi, dovremmo avere il coraggio di usare parole desuete e che sembrano, ma non sono, sentimentali (sono invece molto pratiche: persino quantificabili e forse anche monetizzabili) e parlare di armonia, che è sempre reciproca, relazionale, contestuale, olistica. E ci coinvolge tutti, più in profondo di quanto siamo soliti immaginare.

Non capannoni ma opere di bene (sostenibile), in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica Le parole del nordest, 13 gennaio 2020, p.3

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